Gestire una startup di successo non significa sedersi e pianificare fino a quando tutto è perfetto. Si tratta di immergersi nel fango, sporcarsi le mani e lavorare con ciò che ne verrà fuori, e non sempre a venirne fuori è ciò che si è ipotizzato all’inizio. 

Statisticamente parlando, il oltre il quaranta percento delle startup che falliscono citano la mancanza di necessità come motivo principale del fallimento, dove per “mancanza di necessità” si intende una non-richiesta da parte del mercato. Del resto, lo abbiamo già ripetuto più volte: una startup deve saper trasformare un’idea originale in un prodotto o servizio per il grande mercato, e per farlo deve dapprima generare una domanda, capire qual è quella domanda, quel problema comune, e offrire la migliore soluzione a quella mancanza.

Ciò significa che più della metà delle startup muoiono semplicemente perché non sanno cosa vogliono i loro clienti. E in alcuni casi hanno paura di scoprirlo, perché scoprire cosa vogliono realmente le persone può significare cambiare rotta. Può significare guardare dall'esterno e rendersi conto di non sapere realmente quel che si sta facendo. 

Ma non dimentichiamo che anche le aziende di maggior successo sono state gestite da persone che inseguivano quelle che credevano fossero le idee migliori, indipendentemente da come queste apparivano dall'esterno. In questo articolo, dunque, abbiamo ricostruito le storie di due delle più importanti aziende di oggi, che prima di diventare ciò che sono oggi sono anch’esse sporcate di fango, hanno assaporato l’amarezza del fallimento e l’esplosione della rivincita.

Cosa apprendiamo da queste storie? Anzitutto, che ogni fallimento porta con sé una grande lezione. Il fallimento può portare a qualcosa che altrimenti non avreste mai potuto scoprire.

In secondo luogo, che per quanto scontato è altamente importante, che senza clienti non esiste azienda, e per avvicinare sempre più clienti alla propria azienda occorre prestare attenzione a ciò che funziona. Gran parte della creazione di un'attività di successo consiste nell'essere attenti, ascoltare i clienti, ottimizzare ciò che funziona e chiudere ciò che non funziona.

Infine, queste storie ci insegnano di non aver paura di cambiare direzione. La maggior parte delle aziende di successo finisce per crescere oltre la propria missione originale o per trasformarsi completamente in un'altra idea di business.

Storie bizzarre di startup di successo, il caso Groupon

In che modo un social network per attivisti si trasforma in una piattaforma di offerte giornaliere disponibile in oltre trenta paesi e raggiunge una valutazione pari a ben un miliardo di dollari in appena due anni dal lancio? Il percorso verso il successo di Groupon è stato piuttosto contorto, ma rappresenta - probabilmente - l’esempio più azzeccato per definire la mentalità e l’approccio di una startup.

Prima di trasformarsi in quello che è oggi, ovvero una delle piattaforme di offerte giornaliere più popolari al mondo, Groupon era “The Point”, una sorta di social network per attivisti grazie al quale le persone potevano virtualmente radunarsi per una causa specifica e raccogliere fondi

Questa idea, tuttavia, non era stata abbastanza innovativa e convincente da conquistare il mercato, anche perché Andrew Mason (il fondatore di The Point) aveva fatto di questa piattaforma un’amara insalata mista di cose che rendeva difficile capire quale fosse la sua vera missione: 

"È stata un'idea enorme e astratta. Potevi usare The Point per fare qualsiasi cosa, dal boicottare una multinazionale all'ottenere uno sconto del 20% su un abbonamento all'Economist... Questo è stato il grande problema", ha dichiarato lo stesso Mason al Wall Street Journal. 

Le sole campagne che hanno riscosso un discreto successo su The Point sono state quelle che hanno conferito potere d’acquisto a un gruppo di consumatori, ed è qui che inizia a emergere l’idea di Groupon. 

Seguendo le direttive di alcuni disperati investitori di The Point, Andrew Mason ha iniziato a proporre sul suo blog una serie di offerte che gli venivano proposte dalle aziende. Il blog si chiamava “Ottieni il tuo Groupon”. L’idea piaceva e come, tanto da aver spinto il team di Mason (composto da altre sette persone) a chiamare centinaia di fornitori ogni giorno per strappare un qualche accordo. 

Groupon avrebbe guadagnato parte dei profitti così generati solo ed esclusivamente nel caso in cui si fosse raggiunto un determinato numero di acquirenti. In caso contrario, l’azienda non ci avrebbe guadagnato nulla. Questa politica sembrava abbastanza convincente e sempre più aziende sceglievano di aderire all’iniziativa. 

Così, nel 2008 Groupon ha concluso il suo primo affare: l’offerta permetteva di ottenere due pizze al prezzo di una presso la pizzeria al primo piano situata nella sua sede di Chicago ed è stata acquistata da venti persone. 

Si riassume in questo evento l’idea sulla quale si regge il business di Groupon: soddisfare clienti e fornitori creando una situazione vantaggiosa per ambo le parti, nonché per Groupon stesso

Così, ad appena sei mesi dal lancio, Groupon ha aperto tre nuove sedi operative (una nella città di Boston, una a New York e una a Washington) ed è passato dal chiamare centinaia di fornitori al giorno ad accettare solo una su otto delle richieste di apparire sul suo sito di offerte.

Oggi, Groupon è un servizio disponibile in oltre trenta Paesi, conta oltre dieci milioni di persone iscritte alla mailing list e ha permesso alle persone di risparmiare oltre un miliardo di dollari con i suoi sconti. 

Nel dicembre 2010, Google ha avanzato una proposta di acquisto per sei miliardi di dollari ma Groupon ha rifiutato l’offerta. Il segreto del successo di Groupon? Crea situazioni vantaggiose per tutti. Groupon ha successo perché tutti vincono: le aziende ottengono nuovi clienti, i clienti ottengono sconti e Groupon guadagna. Maggiore è il valore che i clienti vedono in un'azienda, più è probabile che la utilizzino. 

Storie bizzarre di startup di successo, il caso Twitter

Immaginate uno scenario in cui avete già un lavoro e un’entrata principale, ma trascorrete il tempo libero, le notti e i fine settimana a lavorare su un progetto secondario, qualcosa messo lì così, da rivedere insieme con alcuni amici.

Ora, fate un salto nel futuro: quel piccolo progetto parallelo si è trasformato in una delle più grandi tecnologie di comunicazione degli ultimi cento anni. Ecco, questa è la storia di Twitter.

Twitter è oggi un’azienda che vale oltre cinque miliardi di dollari, nonché uno dei Social più conosciuti e popolari al mondo. Ma come è riuscita a raggiungere questo risultato? Anche la storia di Twitter è sorprendente e offre diversi punti di riflessione e ispirazione. 

Anche in questo caso, prima di Twitter esisteva Odeo, una piattaforma di podcasting fondata da Noah Glass. Uno dei primi investitori di Odeo è stato un ex dipendente di Google di nome Evan Williams, nonché fondatore di Blogger, società che aveva da poco venduto a Google. 

Odeo sembra procedere per il verso giusto fin quando, nell’autunno di sedici anni fa, Apple annuncia che iTunes avrebbe incluso una piattaforma di podcasting che sarebbe poi apparsa sugli oltre duecento milioni di iPod che il colosso di Cupertino avrebbe venduto nel giro di pochi mesi. 

Mentre Apple debuttava nel mercato del podcasting - sfondandolo - Odeo iniziava il suo triste declino verso il dimenticatoio: a quel tempo, l’azienda contava quattordici dipendenti a tempo pieno (tra cui il CEO Evan Williams e un suo ex collega di Google, Christopher “Biz” Stone).

Evan Williams capisce che il futuro di Odeo non era nel podcasting e chiede ai propri dipendenti di iniziare a proporre idee per una nuova direzione che l’azienda avrebbe potuto prendere. Hanno luogo, così, numerosi "hackathon" in cui i dipendenti, divisi in più gruppi, trascorrevano intere giornate a lavorare su nuove idee e progetti.

Una delle idee più bizzarre era quella di Jack Dorsey: un prodotto completamente diverso che si basa sullo "stato" - ciò che le persone stavano facendo in un dato momento. Un giorno di febbraio 2006, Noah Glass, Jack Dorsey e lo sviluppatore Florian Weber hanno presentato l'idea di Jack al resto dell'azienda. Si trattava di un sistema in cui, inviando un SMS a un determinato numero, questo sarebbe stato poi trasmesso a tutti i propri amici: nasceva Twttr, poi diventato Twitter.

Il progetto non convinceva più di tanto, c’era un certo scetticismo nei confronti di quella che sarebbe poi divenuta uno dei Social più popolari al mondo, ma in qualche modo Evan Williams diede la sua benedizione. 

Jack Dorsey ha inviato il primo messaggio su Twitter il 21 marzo 2006, 21:50: "Sto solo configurando il mio Twttr".

Mentre il concetto iniziale di Twitter veniva testato su Odeo, la società stava attraversando un momento difficile. Di fronte al rilascio da parte di Apple della propria piattaforma di podcasting - che sostanzialmente ha ucciso il modello di business di Odeo - i fondatori hanno deciso di riacquistare la loro azienda dagli investitori.

In questo modo, i fondatori hanno acquisito i diritti sulla piattaforma Twitter. Cinque anni dopo, le attività della società che gli investitori originali di Odeo hanno venduto per circa cinque milioni di dollari, adesso valgono almeno mille volte di più: ben cinque miliardi.

Il motivo per cui Twitter ha imposto un limite di caratteri ai tweet è che il progetto è stato originariamente pensato come piattaforma basata su SMS. All'inizio, 140 caratteri erano il limite imposto dai gestori di telefonia mobile, quindi Twitter si era semplicemente adeguata a quello standard in modo creativo. Poiché Twitter alla fine è diventata una piattaforma web, il limite di 140 caratteri è rimasto una questione di branding. Nel 2017, tuttavia, Twitter ha deciso che il limite dei 140 caratteri non fosse più rilevante nell'era degli smartphone e ha così portato tale limite a 280.

Quando la base di utenti di Twitter ha iniziato a crescere, questi hanno iniziato a creare un nuovo gergo e modi diversi di utilizzare il servizio.

Inizialmente, gli utenti non avevano modo di rispondere l'un l'altro su Twitter. Così, alcuni utenti hanno iniziato a includere il simbolo “@“ prima di un nome utente per identificarlo all'interno di un Tweet. Questa pratica si è diffusa così tanto che il team di Twitter ha aggiunto la funzionalità in modo nativo alla piattaforma. La stessa cosa è successa con gli hashtag, che ormai sono parte integrante dell'ecosistema Twitter, e con i retweet: alcuni utenti hanno iniziato ad aggiungere “RT” prima di inviare il messaggio , segnalando ai propri follower che il tweet successivo fosse un report. Nell'agosto 2010, questa funzionalità è stata ufficialmente aggiunta alla piattaforma.