Il mondo ha salutato con favore l'accordo raggiunto, finalmente, tra i membri del Gruppo dei Sette (G7) durante il loro incontro di sabato in cui le nazioni più ricche del mondo hanno deciso di chiudere definitivamente le scappatoie fiscali utilizzate da alcuni delle più grandi multinazionali e hanno deciso di sostenere un'aliquota minima globale di imposta su queste società, di almeno il 15%.

Questa decisione, anche se è ancora in una fase embrionale, porrà sicuramente le basi per dei controlli futuri e permetterà di raggiungere anche un certo equilibrio sulle pratiche commerciali di queste società che hanno sempre pensato di poter fare il bello e il cattivo tempo.

Possiamo definire questa storica decisione come il primo passo verso un ammodernamento dell'intero sistema fiscale internazionale che avrà ripercussioni vitali sul lavoro e la vita di un gran numero di multinazionali, che, negli anni, hanno sempre escogitato metodi vari ed eventuali per evitare di pagare i propri  debiti fiscali all'erario dei paesi consumatori.

La logica di questo prelievo impositivo è giustificata dalla tassazione effettuata nel paese in cui i beni oi servizi di suddette società, vengono consumate. Solo in questo modo si potrà avere una maggiore equità.

Chi sono le multinazionali e i giganti del web?

Sono perlopiù aziende digitali che operano online, offrendo e vendendo prodotti e servizi agli utenti, tramite internet. 

I servizi digitali sono i servizi stessi che i clienti "consumano", attraverso Internet. I servizi digitali possono essere forniti non solo da aziende con scopo di lucro, come le multinazionali, ma anche da enti governativi e da associazioni no profit. 

I termini "gigante digitale" e "gigante del web" vengono di solito usati per riferirsi a grandi aziende multinazionali che rientrano nell'ambito delle definizioni di cui sopra, sia in virtù delle loro operazioni che dei tipi di servizi che forniscono.

I giganti digitali e i giganti del web sono essi stessi aziende digitali, tuttavia la parola utilizzata "gigante", fa comprendere la grandezza del loro volume d'affare e, soprattutto, il controllo che praticano sul mercato e come lo condizionano. 

Com'era la normativa fiscale in passato per queste aziende multinazionali e big tech?

In base agli accordi internazionali precedenti, i governi possono tassare i profitti di una società, solo se tale società ha una presenza fisica nel paese in questione.

Una società non residente è una società che ha la sua presenza fisica (uffici, negozi, fabbrica) in un paese diverso rispetto a quello in cui i suoi servizi vengono consumati. Finora non è stato possibile tassarle, sebbene vendano i loro servizi o prodotti anche in altri paesi del mondo.

Una società americana, per esempio, non è tenuta a pagare le tasse in Italia se non c'è una presenza e una sede  fisica. 

Allo stesso modo, nella maggior parte dei paesi, le società non residenti non pagano alcuna imposta sulle vendite dei servizi digitali, a meno che non abbiano una presenza fisica nel paese. Inizialmente questa normativa era stata decisa per prevenire un onere normativo eccessivo sia per i governi che per le società multinazionali. Con il passare del tempo, però, ci si è resi conto di come fosse diventato un modo sfacciato per eludere le tasse e per pagare imposte ridicole rispetto al volume d'affari. 

Stop ai paradisi fiscali per multinazionali e giganti del web

Sebbene i dettagli più particolareggiati dell'accordo verranno messi a punto in seguito, questo accordo embrionale epocale revisionerà le leggi fiscali internazionali, svelando un unico obbiettivo che mira a impedire alle grandi multinazionali di cercare paradisi fiscali dove risiedere, costringendole a pagare più del loro reddito ai governi dei paesi in cui operano le loro attività.

Inevitabilmente questa manovra aumenterà, finalmente, le entrate dei paesi consumatori. 

Dopo tale accordo, le multinazionali non saranno più in grado di sottrarsi ai loro obblighi fiscali trasferendo astutamente i loro profitti in paesi con strutture fiscali nebulose o sfacciatamente  vantaggiose per loro.

L'accordo tra i 7 paesi più potenti del mondo stabilisce  che le multinazionali pagheranno l'imposta come eventualmente concordato nel paese in cui vendono i loro beni o servizi.

Sempre più spesso, i proventi da fonti immateriali come brevetti di farmaci, software e royalties sulla proprietà intellettuale sono migrati verso paesi con giurisdizioni favorevoli, consentendo alle aziende di evitare di pagare tasse più elevate nei loro paesi di origine.

L'aliquota del 15% non è un po' troppo bassa per queste enormi multinazionali?

C'è da dire, però, che la fissazione di un'aliquota minima globale dell'imposta sulle società di appena il 15% è effettivamente troppo bassa.

Ma ci sono degli aspetti positivi: innanzitutto si tratta di un limite minimo, ovvero la tassazione sarà di minimo il 15%; secondo aspetto importante è che si tratta di un'imposta basata sul consumo e sulle vendite, non sarà un'imposta all'origine.

Grazie all'imposta globlale per le multinazionali, ci saranno maggiore entrate nei paesi consumatori

Dai contenuti delle decisioni prese al G7 è risultato molto "chiaro" che le grandi imprese digitali dovranno pagare un "livello di imposta adeguato dove operano in modo che i paesi possano aumentare le entrate e investire nei loro servizi pubblici".

In poche parole, ci sono due questioni da decidere: la prima verte sulla tassazione di parte degli utili delle multinazionali nei paesi in cui vendono i propri servizi e beni, mentre la seconda stabilirebbe un'aliquota minima da imporre alla società nel suo paese di origine.

Secondo il Tesoro britannico, "le maggiori imprese globali, con margini di profitto di almeno il 10%, vedranno il 20% di tutti gli utili al di sopra di tale soglia riallocato e tassato nei Paesi dove effettuano vendite".

L'accordo, una volta attuato, imporrà una tassa aggiuntiva ad alcune delle più grandi società multinazionali big Tech, costringendo potenzialmente giganti della tecnologia come Amazon, Facebook e Google, nonché altre grandi aziende globali a pagare le tasse ai paesi in in cui  vengono venduti i loro beni o servizi, indipendentemente dal fatto che abbiano una presenza fisica in quella nazione.

Quando sarà applicabile questa aliquota impositiva alle multinazionali?

I paesi del G7, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti e Canada, hanno raggiunto l' accordo unanime su un'aliquota minima globale di almeno il 15%,  ma potrebbero volerci altri mesi affinché gl interventi siano finalizzati. Questa proposta, infatti, dovrà essere presentata e approvata anche al G20, nella riunione del 21 luglio. Inoltre dovrà essere approvata anche dai paesi dell'Ocse.  

Gli Stati Uniti hanno proposto di estendere la riforma fiscale oltre il settore tecnologico per coprire le 100 aziende più grandi del mondo; non solo i giganti della tecnologia, ma anche il farmaceutico ecc.

Il consenso su un'aliquota fiscale minima da parte del G7 è stato relativamente facile da raggiungere, le cose potrebbero complicarsi quando si tratterà di dividere le entrate fiscali tra i paesi a seconda di dove le aziende vendono i loro beni e servizi.

Ad ogni modo, 139 paesi nel mondo otterrebbero un nuovo diritto di tassazione su una piccola quota dei profitti globali delle multinazionali più grandi e redditizie e secondo alcuni calcoli, un'aliquota minima del 15 per cento metterebbe circa 50 miliardi euro in più all'anno nelle casse dei paesi UE. Un tasso del 25 per cento porterebbe a circa 200 miliardi di euro.

Il premier italiano Mario Draghi ha affermato: "Saluto con grande soddisfazione l'accordo sulla tassazione delle multinazionali raggiunto oggi a Londra dai ministri delle finanze del G7. È un passo storico verso una maggiore equità e giustizia sociale per i cittadini".

Tuttavia, dobbiamo aspettare e osservare con attenzione i follow-up di questo accordo e le successive regole per la sua attuazione. C'è una lunga strada da percorrere prima che questa aliquota sui guadagni globali delle multinazionali di “almeno il 15%”, diventi realtà.

Quali sono gli ostacoli ad un'accettazione globale di questa unica tassazione sulle multinazionali?

Il prossimo passo è fare in modo che questo accordo venga accettato anche durante la riunione di luglio del Gruppo dei 20 ministri delle finanze in Italia. Qualsiasi accordo deve anche ottenere il sostegno della maggioranza delle circa 140 nazioni coinvolte nei negoziati nell'ambito dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

I repubblicani, in America, stanno già promettendo battaglia e sarà difficile persuaderli, soprattutto a causa della loro preoccupazione che le aziende americane siano nel mirino. Sotto l'amministrazione Trump, gli Stati Uniti si sono rifiutati di permettere ai governi stranieri di tassare i propri giganti tecnologici.

Poi c'è la questione di come convincere paesi come Irlanda, Singapore e Svizzera che utilizzano tassi più bassi per attrarre investimenti.

Quindi la strada per un accordo finale è irta di ostacoli. L'accordo raggiunto al G7 è comunque un segnale importante di come i giorni in cui le multinazionali mettevano i paesi l'uno contro l'altro, stiano arrivando al termine.

Paolo Gentiloni, commissario europeo, ha anche ribadito che "è stato un incontro molto positivo che ci ha permesso di costruire ponti su questioni cruciali. Le possibilità di un accordo globale sono notevolmente aumentate. Ora dobbiamo fare l'ultimo miglio per espandere questo consenso a tutti i membri del G20 e a tutti i Paesi coinvolti nel quadro inclusivo dell'Ocse. La Commissione contribuirà attivamente a queste discussioni multilaterali in corso per garantire il raggiungimento di un accordo ambizioso a luglio", ha concluso.

Il titolare delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, ha assicurato che le multinazionali del big tech non saranno più in grado di eludere le tasse aumentando i loro profitti nei paesi a bassa o bassissima tassazione

Secondo Scholz si troverà l'accordo anche con i paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e del G20. Inoltre si proverà e tenterà di coinvolgere anche Cina e Russia. Solo così l'accordo sarebbe davvero globale. "La decisione del G7 sulla giustizia fiscale internazionale è storica", ha affermato.  "E' un'ottima notizia per la giustizia e la solidarietà fiscale e una cattiva notizia per i paradisi fiscali in tutto il mondo".

La pacchia fiscale per le multinazionali e i giganti del web, volge al termine

Le grandi aziende tecnologiche hanno da sempre utilizzato scappatoie legali per evitare di pagare oltre 100 miliardi di tasse. Cosa significa questo per il futuro del settore?

Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft e Netflix - soprannominate le "Silicon Six" dall'organizzazione no-profit Fair Tax Mark - hanno creato negli anni un enorme divario tra le tasse che avrebbero dovuto pagare e le tasse che in realtà hanno pagato.

Secondo il rapporto della fondazione, tra il 2010 e il 2019, utilizzando strategie legali di elusione fiscale, diventate molto popolari tra queste multinazionali, le tasse pagate collettivamente dalle società in tutti i territori globali in cui operano sono state di 155,3 miliardi di dollari in meno rispetto a quanto richiesto dalle aliquote fiscali effettive dei paesi.

L'accordo tra le potenze mondiali servirà proprio ad evitare che in futuro possa verificarsi ancora questo divario e questa iniquità.