In Italia, per una donna praticare il diritto all’aborto sta diventando praticamente impossibile. Nonostante, la legge 194 sia stata approvata ben 44 anni fa, ossia il 22 maggio 1978, vedersi riconosciuto questo diritto sembrerebbe essere ancora molto difficile a causa degli obiettori di coscienza.

La denuncia arriva direttamente dall’Associazione Luca Coscioni, la quale ha potuto constatare attraverso uno studio, che in ben 31 strutture sanitarie ci sono il 100% di medici obiettori di coscienza. Come può una donna esercitare il proprio diritto? Gli obiettori di coscienza non stanno violando la legge?

Utilizzando lo strumento dell’accesso civico generalizzato, abbiamo potuto verificare che in molti ospedali il 100% dei ginecologi è obiettore di coscienza. In moltissimi lo è più dell’80%. Questi dati non si vedono nella Relazione sullo stato di applicazione della legge 194. Perché li riporta aggregati per regione

La situazione in Sicilia

La situazione diventa ancora più critica al Sud e nelle isole. Ad esempio, in Sicilia effettuare un aborto è praticamente impossibile. Per capire come stanno realmente le cose, basterebbe farsi un giro nelle principali province siciliane.

A Palermo, ad esempio, su 95 ginecologi che lavorano nei 5 centri per l’interruzione di gravidanza attualmente funzionanti i medici non obiettori sono solamente 8.

Tre medici non obiettori sono all’ospedale “Civico” (su 26 ginecologi), due medici non obiettori sono al “Cervello” (su 15 ginecologi), uno al “Policlinico” (su 35 ginecologi), uno all’”Ingrassia” (su 9 ginecologi) e uno all’ospedale di Petralia (su 5 ginecologi).

Ma non è finita qui! Nella provincia di Agrigento la situazione è ancora peggiore di quella che abbiamo visto nel capoluogo siciliano.

Agrigento viene definita una delle roccaforti della lotta all’aborto e nell’unico ospedale della città, il “San Giovanni di Dio”, per abortire si deve attendere l’arrivo una volta a settimana di un ginecologo di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta.

In poche parole, una donna di Agrigento se si dovesse trovare nella condizione di dover abortire dovrebbe attendere l’arrivo di un medico proveniente dalla provincia di Caltanissetta, sempre che il medico in questione non abbia dei contrattempi. Ricordiamo, inoltre, che in quella struttura lavorano ben 44 medici, di cui 10 ostetrici e 13 medici, tutti obiettori di coscienza.

Questi medici sono gli stessi che almeno una volta a settimana si riuniscono in preghiera, nella cappella dell’Ospedale, per celebrare delle “messe per la vita”. Quello che più ci sconvolge è la presunzione di dover scegliere del corpo e della vita di altre persone.

Ma passiamo avanti con le ennesime provincie siciliane dove sembra impossibile praticare il diritto all’aborto, ossia Caltanissetta ed Enna.

A parlare, proprio un infermiere dell’ospedale “San Giovanni di Dio”: 

Qui è ormai diventata una lotta contro il tempo – racconta un infermiere – Non solo ad Agrigento, ma anche a Caltanissetta e a Enna ci sono troppi pochi centri per l’interruzione di gravidanza. Così, l’utenza aumenta e i tempi di attesa si allungano”

Al San Giovanni di Dio esiste solamente un medico non obiettore di coscienza, lo stesso che fa avanti e indietro dall’ospedale agrigentino, e solamente un caposala lo assiste negli interventi. Una situazione insostenibile.

Ma, in conclusione, dove è possibile effettuare una interruzione di gravidanza in Sicilia?

A causa delle enormi difficoltà che si incontrano lungo la strada, le donne siciliane hanno smesso di abortire.

In particolare, nella sola provincia palermitana la percentuale di aborti si è ridotta al 91,5%, o almeno secondo i dati ufficiali. Perché, mentre i numeri ci dicono che gli aborti sono in diminuzione, la realtà è ben diversa: molte donne praticano l’aborto clandestino, con conseguenze gravissime per la loro salute.

Secondo la pagina Femminismo al Sud, solamente in due ospedali siciliani è possibile abortire in sicurezza, ovvero al “Cannizzaro” di Catania e al “Piemonte” di Messina:

Al “Cannizzaro”, nel capoluogo etneo, di 12 medici ne è rimasto solo uno che va ancora in sala operatoria. Va un po’ meglio, così per dire, al “Piemonte” di Messina: 2 non obiettori su 14 ginecologi. La media di obiettori, insomma, si aggira sempre intorno al 90 per cento.

La denuncia dell'Associazione Luca Coscioni

Una tendenza che è stata confermata anche dal Ministero della Salute, che da un report pubblicato recentemente è stato possibile constatare la dura verità: la quota di obiettori in Sicilia è salita all’84%. La percentuale più alta d’Italia.

I dati sono stati commentati e resi noti dall’Associazione Luca Cascione, che ha puntualizzato che “nella relazione di attuazione del Ministero della salute ci sono solo i dati nazionali e regionali in pdf. Cioè dati chiusi, aggregati solo per regione e aggiornati al 2019. Ci servono invece i dati aperti e per ogni struttura ospedaliera.

Solo se i dati sono aperti sono utili e ci offrono informazione e conoscenza. Solo se i dati sono aperti hanno davvero un significato e permettono alle donne di scegliere in quale ospedale andare, sapendo prima qual è la percentuale di obiettori di coscienza nella struttura scelta”.

Per questo motivo, la stessa ha inviato una richiesta di accesso civico generalizzato alle singole Asl e ai presidi chiedendo dei dati più dettagliati. I dati sono davvero preoccupanti: sono 11 le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori.

E’ vietato abortire in Lombardia, Piemonte, Veneto, Marche, Toscana, Abruzzo, Basilicata, Campania, Puglia, Umbria e le isole, Sicilia e Sardegna. La Sardegna e la Sicilia, in particolare, sembrano aver superato ogni record, con una percentuale di presenza di medici obiettori di coscienza superiore all’80%.

Ma il diritto all’aborto non è in pericolo solamente in Italia. Ultimamente, anche negli Usa è stata presa una decisione in merito, come scrive anche in un suo articolo la collega Monica Penzo:

la situazione attuale è molto grave. La Corte Suprema Americana ha deciso di eliminare la Legge risalente al 1973 la quale, garantiva ed ha garantito fino ad oggi, il diritto ad una donna di interrompe una gravidanza mediante l'aborto.”

Ma perché si diventa obiettori di coscienza? 

Nella maggior parte dei casi, un medico decide di diventare obiettore di coscienza per diversi motivi, che vi sorprenderà sapere, non sono legati solamente all’etica o al credo religioso. Molti medici decidono di diventare obiettori di coscienza soprattutto per motivi professionali, o di carriera.

Quando un medico decide di accollarsi tutte le operazioni di Interruzione volontaria della gravidanza, il rischio è quello di entrare in un circolo vizioso per cui non si cresce più dal punto di vista professionale. Quotidianamente vengono svolti solamente quegl’interventi, una situazione che alla lunga non soddisfa più.

Secondo Femminismo al Sud, “basta considerare che ogni mese nella sola provincia di Palermo vengono compiute circa 200 operazioni: tradotto in ore, significa che ogni medico non obiettore resta in sala operatoria anche dieci ore a settimana.

Ma con un aumento degli obiettori di coscienza la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente perché tutti gli interventi ricadono sugli unici medici non obiettori.

Ma è possibile che il governo non faccia nulla per ridurre questo fenomeno? La situazione in Italia resta ancora complessa e la classe politica sembra non aver interesse a limitare questo fenomeno.

Cosa dovrebbe fare una donna davanti un rifiuto da parte di un medico obiettore di coscienza? 

“Se vi trovate davanti a un rifiuto o a qualche stramba motivazione – “è per il tuo bene”, “Gesù piange” oppure “ho l’obbligo morale di salvare vite umane” – sappiate che potete difendervi. Ecco da dove cominciare a chiedere aiuto: Associazione Luca Coscioni, Aied, Associazione Vita di donna.

Ecco il modulo per denunciare medici e farmacisti obiettori di coscienza. Vale anche per la negazione della pillola del giorno dopo.

Ma rispondere a questa domanda è stata anche la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14979. Questa, dice che “Il medico obiettore di coscienza ha il compito di assistere la paziente nella fase che precede e succede l’intervento con il quale viene praticato l’aborto. […] nel caso in cui il medico dovesse rifiutarsi di agire nella fase precedente e successiva all’aborto, commetterebbe il delitto di rifiuto di atti d’ufficio, per il quale sono previste delle sanzioni penali.”

Queste sanzioni penali consistono in “un anno di reclusione per il sanitario che si era rifiutato di prestare cure mediche alla paziente sottoposta ad interruzione di gravidanza mediante somministrazione farmacologica.