La serie tv Gomorra, andata in onda in prima tv sulla piattaforma di Sky, non ha bisogno di grandi introduzioni. Il colossal, perché di questo stiamo parlando, oltre al grande successo italiano, ha collezionato apprezzamenti in tutta Europa, ma più in generale, in tutto il mondo.

Ambientazioni realistiche, bravura indiscussa degli attori (come non citare Salvatore Esposito e Marco D'Amore), il team di registi, scenografi, costumisti e truccatori (tra cui il grande maestro Giulio Pezza, specializzato in effetti speciali per il cinema e per la tv): ecco, questa è la vera ricetta vincente di questa serie. Una produzione realistica di altissimi livelli.

Un grandissimo successo per un team di professionisti che hanno lavorato intensamente per mesi e per anni.

Tuttavia però, vi siete mai chiesti quale sia stato "il vero boss" da cui trarre spunto per la sceneggiatura? Perché chiaramente, come tutti voi sapranno, la narrazione è fantasia ma si basa su fatti veri e realmente accaduti. Nomi e personaggi sono inventati ma di base ci si ispira alla storia e ai fatti di cronaca degli ultimi anni.

Cosimo Di Lauro vi dice nulla?

Chi è Cosimo Di Lauro: il boss che ispirò il personaggio di Gennaro Savastano

Cosimo Di Lauro è morto pochi giorni fa, da solo, all'interno di una cella del carcere di Opera, a Milano. Era soggetto al 41-bis: il cosidetto, "regime duro". Il carcere di Opera è il più grande di tutta Italia. Qui infatti, sono presenti 1.400 detenuti e, oltre al regime 41-bis, vengono anche applicati: E.I.V. (elevato indice di vigilanza) e A.S. (alta sicurezza).

Molti protagonisti del crimine italiano furono, e sono, detenuti proprio nel carcere di Opera.

Suo padre fu Paolo Di Lauro, conosciuto con il nominativo di "Ciruzzo 'o Milionario", boss di spicco del clan dei Di Lauro, nonché uno dei narcotrafficanti più importanti e sanguinari del mondo.

Cosimo Di Lauro nacque l'8 dicembre del 1973, primo figlio maschio della coppia, e fu predestinato alla vita di camorrista e narcotrafficante. Il suo destino fu segnato fin da quando era in fasce: con un padre come il suo, sarebbe stato impensabile non proseguire per la sua stessa strada. Ovvero, l'erede del clan.

Durante la sua vita, vede suo padre Paolo sempre rinchiuso, e non per via del carcere. La vita di Paolo non è braccata dalla polizia ben che meno dai suoi nemici. Fin da giovanissimo, Paolo Di Lauro decide di rinchiudersi volutamente in casa. Non usciva mai, nemmeno banalmente per fare una spesa. Non voleva che nessuno ricordasse il suo volto o che potesse associare la sua attività criminale alla sua faccia.

Una scelta molto particolare se fatta da un boss. La figura di quest'ultimo è generalmente molto importante: essere in mezzo alla gente, far capire ai suoi nemini che "lui c'è" diventa un gesto necessario. Probabilmente però, per Paolo Di Lauro, tutto questo andava evitato.

Anni '80: l'ascesa al potere del clan dei Di Lauro

I primi grandi contatti sono collocabili agli anni '80. I primi successi sono le collaborazioni con i grandi cartelli sudamericani colombiani. Grazie a quest'ultimi, infatti, iniziò ad importare droga (cocaina soprattutto) in Italia ma prevalentemente in Campania.

Si passa poi ai contatti con gli albanesi, turchi e libanesi utili per l'importazione dell'eroina. Mentre, l'hashish veniva importata grazie ai rapporti che era riuscito ad avere con i nordafricani.

Una volta arrivata la merce in Italia, suo unico grande obiettivo, venivano dettate le regole su come gestirla e su come venderla. Dopo di che, lui spariva completamente. L'unica cosa che contava per Paolo Di Lauro era guadagnare, tutto il resto non era di suo interesse. Andava "dritto al sodo" senza perdere troppo tempo prezioso.

Paolo Di Lauro trasmette dunque un nuovo profilo del boss. Siamo difronte ad un modus operandi differente. Decide di evitare gli scontri e di vivere nell'anonimato. Vuole che i suoi uomini lo trattino da pari: una vera rivoluzione mai vista prima. Con Di Lauro vedremo la nascita di liberi imprenditori nell'altrettanto libero Stato di camorra di Secondigliano.

Nel frattempo, passano gli anni e Cosimo, il suo primogenito, cresce e osserva il modo di operare di suo padre.

Durante la sua adolescenza, il suo fisico cambia a causa di un importante aumento di peso: da qui, il suo soprannome "'o chiattone". Un figlio un po' "anomalo" per un boss criminale: non sa usare le pistole, non sa come maneggiare correttamente i coltelli e anche a picchiare non è un granché. Infatti, la sua adolescenza si sviluppa all'ombra di questo padre potentissimo.

Il padre lo vede ancora come un ragazzino impacciato e non pronto per "l'attività di famiglia". Piuttosto, preferisce delegare ai suoi più stretti collaboratori: Maurizio Prestieri, Raffaele Amato e Gennaro Marino. Loro, per Paolo Di Lauro, sono presenze fondamentali, persone che reputava, oltre di estrema fiducia, in grado di allargare notevolmente gli affari del clan.

La regola che impostò Di Lauro fu semplice: tutti dovevano acquistare la droga da lui. Nelle loro piazze invece, quest'ultimi, erano liberi di venderla a quanto volevano, quando volevano e al taglio che desideravano. Il prezzo era a discrezione di ogni singolo venditore.

Quando la droga in loro possesso terminava, potevano persino comprarla presso altri fornitori.

Ovviamente, ognuno di loro poi, avrebbe dato una quota a Di Lauro: denaro che poi lui utilizzava per comprare altra merce.

Il figlio Cosimo, crescendo, si rende conto di essere il figlio di un re, di un personaggio potente e questo per lui è fonte di malessere. Non per essere suo figlio ma per non essere considerato da quest'ultimo all'altezza di agire, di cominciare a muovere i primi passi. I fedelissimi del padre cominciavano a dare fastidio a Cosimo: lui era il figlio del re, quest'ultimi - sempre secondo lui - avrebbero dovuto stare al loro posto.

E così, quando suo padre decide di allontanarsi volontariamente ritirandosi per un periodo in Slovenia ospite del suo braccio destro, Cosimo ne crea l'occasione giusta. Nel frattempo, in Slovenia, Paolo Di Lauro si innamora di una giovane ragazza, perde la testa e il sentimento gli impedisce di ragionare con lucidità.

A questo punto, Cosimo, assieme a tre dei suoi più cari amici, decide che è arrivato il momento per dare nuovo lustro al clan: il tempo "dei vecchi" è terminato, ora sono i giovani che devono portare avanti l'operato. Ne cambia tutte le regole e dà vita ad una nuova fase.

Scoppia l'insurrezione. Scoppia la faida. Morti su morti ogni giorno. Questo sarà il riassunto dell'operato di Cosimo.

L'arresto di Cosimo Di Lauro

Cosimo Di Lauro viene arrestato il 21 gennaio del 2005 e per i carabinieri non sarà un'azione semplice. La gente del quartiere difende Cosimo a tal punto da non permettere a quest'ultimi di entrare per l'arresto.

Un gesto che fu interpretato superficialmente, senza leggere troppo tra le righe. Questo gesto servì per dimostrare a Cosimo che non furono loro a tradirlo, si trattò di una rivolta puramente simbolica. Dettata dalla paura che quest'ultimo potesse iniziare un'altra sanguinosa faida direttamente dal carcere in cerca del, o dei, traditori.

Una pagina di storia contemporanea che richiamerà giornalisti e televisioni da tutto il mondo.

Cosimo si farà 17 anni di carcere mentre il potere passerà nelle mani dei suoi nove fratelli. Quest'ultimi cercheranno poi una mediazione con gli scissionisti cercando di rattoppare al danno fatto dal fratello. 

In carcere la vita fu piuttosto dura e non ce la fece più, a tal punto che avrebbe voluto pentirsi. Ma anche in questo caso, non poteva deludere il padre, la madre ed i suoi fratelli.

Morirà da solo un caldo pomeriggio di giugno.

Che cos'è in Italia il 41-bis

Il 41-bis è un sistema di detenzione applicato solo in casi particolari, come ad esempio, situazioni di emergenza o nei confronti di coloro che hanno commesso un crimine molto grave.

In origine questa tipologia di detenzione era prevista solo per coloro che organizzavano rivolte all'interno del carcere stesso. Successivamente invece, a seguito della strage di Capaci del 1992, il 41-bis venne esteso anche a tutti coloro che vengono accusati di essere legati a organizzazioni criminali di stampo mafioso.

Tutti i detenuti soggetti al 41-bis vivono in completo isolamento all'interno di una piccola cella e vengono sorvegliati per tutto il tempo di detenzione. Possono avere un colloquio al mese con un familiare stretto e quest'ultimo però avviene in modalità differente rispetto agli altri carcerati: non è infatti previsto il contatto fisico, bensì le persone sono divise da una lastra di vetro. Coloro che non ricevono visite possono, in sostituzione all'incontro, avvalersi di una telefonata mensile dalla durata massima di dieci minuti.

Le limitazioni sono tante, così come quella relativa alla cosidetta "ora d'aria": non più di due ore al giorno e con un massimo di quattro persone.

Uno degli scopi principali è quello di impedire la comunicazione tra il detenuto del carcere soggetto al 41-bis con gli altri detenuti. Questo perché è importante provvedere alla sicurezza di tutti: detenuti e operatori compresi.

Un altro motivo molto importante riguarda proprio l'attività criminale del soggetto. E' capitato spesso infatti che, nonostante la detenzione, il soggetto avesse comunque l'agio di mandare avanti i propri crimini al di fuori della casa circondariale.

Com'è possibile? Molto semplicemente attraverso la corrispondenza, durante i colloqui con i parenti ma anche mediante la collaborazione di altri detenuti. Per cui, è molto importante impedire a queste persone di continuare a praticare violenza.