Poniamo il caso di un utente di un social network, precisamente Facebook (oggi Meta, ma all'epoca dei fatti il rebranding ancora non era stato effettuato), il quale posti ripetutamente sul proprio profilo foto di Mussolini, condite da commenti, anche boriosi, per mettere in mostra la propria appartenenza ad un determinato schieramento politico.

Il social network decide perciò, in diverse occasioni in cui ritiene siano stati violati i propri community standard, di bloccare temporaneamente l'account dell'utente in questione. Il quale, però, non esita a ricorrere al Tribunale, e riesce a vincere il ricorso, ottenendo la condanna di Facebook a pagare 15mila euro di danni morali.

A questo punto è lo stesso colosso social ad impugnare la sentenza di primo grado, che tuttavia viene confermata lo scorso novembre dalla Corte d'appello dell'Aquila (con riduzione della somma dovuta a soli 3mila Euro), la cui pronuncia permette di tirare le somme e di comprendere meglio le dinamiche che stanno dietro al rapporto tra utenti e social network.

Cominciamo dunque cercando di capire come funziona e quando si rischia di trovarsi bannati, anche solo temporaneamente, non solo da Facebook ma da un social network in generale (a tal proposito può essere utile il video sottostante, molto preciso e attuale pur risalendo al marzo 2021, tratto dal canale YouTube di Giusy Sutera).

Vedremo poi come funziona il rapporto contrattuale tra le parti (i social ed i loro utenti), cosa sono i community standard, alcuni esempi di risarcimenti ottenuti da chi è stato sospeso ingiustamente e quali conseguenze avranno queste sentenze sul futuro dei social network.

Social network, quando si rischia la sospensione dell'account?

Sono numerose le fattispecie previste per la sospensione, temporanea oppure definitiva, dell'account di un utente.

In primo luogo possiamo senza dubbio citare la violazione dei termini di servizio o degli "standard della community". Parliamo dunque, ad esempio, di post che potrebbero essere minacciosi e intimidatori, o essere lesivi della dignità altrui.

Ma per essere bannati può bastare anche molto meno: su Facebook potrebbe essere sufficiente il solo mandare troppi messaggi promozionali ad utenti che non fanno parte della propria schiera di amicizie, ed in tal caso il giudizio sul blocco o meno di un account spetterebbe all'algoritmo antispam.

C'è poi la possibilità di venire segnalati dagli altri utenti del social network in questione.

Sempre su Facebook, basta che gli utenti segnalino ripetutamente uno o più annunci provenienti da uno specifico account, magari perché risultano di bassa qualità, troppo invadenti o addirittura offensivi, per far sì che, dopo un certo numero di queste segnalazioni, l'account in questione venga bloccato, o quantomeno gli venga impedito di pubblicare ulteriori annunci a pagamento.

Ci sono poi altre situazioni che possono causare una sospensione dell'account. Su Instagram si può venire bannati se si cerca di incrementare il numero dei propri follower o dei commenti con l'aiuto di servizi di bot

Bisogna inoltre fare attenzione a non violare i diritti d'autore sui contenuti postati, ed in effetti questa tipologia di infrazione è tra quelle che, sempre su Instagram, risultano tra le maggiori cause di blocco degli utenti.

Infine, anche se può sembrare un paradosso e non capita certamente a tutti, esiste il rischio di venire bannati per via di una pubblicazione troppo frequente. Si parla in questo caso di essere sospesi per avere "spammato nel feed".

Quest'ultima circostanza non è certo molto democratica, nel senso che ci sono persone che postano tantissimi contenuti e magari non vengono sanzionate, mentre altre che propongono un numero di post inferiore nello stesso lasso di tempo si ritrovano momentaneamente chiuso il proprio account. Non ci sono in questo senso delle linee guida particolarmente esplicative.

Il rapporto contrattuale tra utente e social network

In generale bisogna sempre tenere nella giusta considerazione il fatto che il rapporto tra gli utenti e i social network è regolato da un contratto stipulato al momento dell'iscrizione.

Il fatto stesso che tale contratto esista mette chiaramente in luce come vi siano determinate regole da rispettare, nonché vantaggi e svantaggi, sia per una parte che per l'altra.

I social network mettono a disposizione una serie di servizi di cui gli iscritti possono usufruire. Ma, d'altro canto, non lo fanno certo gratis.

Gli utenti che si registrano sui social network, infatti, offrono a questi ultimi i propri dati personali, i quali poi verranno sfruttati dalle varie piattaforme a fini commerciali.

I social network sono dunque, a conti fatti, dei soggetti privati che propongono un servizio considerato non essenziale. Ciò permette loro di potersi attribuire effettivamente la possibilità di rimuovere post o finanche di sospendere e bannare gli utenti che vadano contro i famigerati "standard della community".

Prima di farlo, però (e questa è la considerazione fondamentale emersa dalla giurisprudenza che si è espressa a riguardo), devono valutare in modo preciso e attento se davvero i contenuti degli utenti stessi risultino offensivi o lesivi di tali standard.

Nell'esempio da cui siamo partiti, la Corte d'appello dell'Aquila ha ridotto la somma del risarcimento per la persona che era stata sospesa da Facebook: perché?

Per il semplice motivo che alcuni contenuti postati da questo utente sono stati effettivamente considerati lesivi della reputazione di altre persone, e dunque non in linea con i community standard di Facebook.

Le foto legate alla manifestazione del proprio pensiero politico, invece, sono state bloccate in modo illegittimo, ed è per questo motivo che Facebook è stata condannata al risarcimento.

La morale di tutto ciò è che i social network, per fare rispettare le proprie linee guida e i propri standard, devono valutare attentamente caso per caso, e non possono o non dovrebbero avvalersi, come invece succede, di algoritmi generici che rischiano di causare un danno sociale sospendendo l'account anche a persone che non fanno altro che esercitare i propri diritti.

In cosa consistono gli "standard" della comunità dei social?

Possiamo prendere in considerazione i community standard proposti da Facebook sul proprio sito come esempio per capire meglio ciò che questo insieme di regole, o meglio di linee guida, rappresenta, e quello che vuole andare a preservare nei rapporti tra gli iscritti e la piattaforma social, nonché in quelli tra gli stessi utenti.

Leggiamo infatti:

L'obiettivo dei nostri Standard della community è sempre stato quello di creare un luogo in cui le persone possano esprimersi. [...] Vogliamo che le persone possano esprimersi liberamente sui temi che hanno a cuore, anche se alcune persone potrebbero non essere d'accordo o trovarli discutibili.

Il nostro impegno verso la libertà di espressione è essenziale, ma siamo consapevoli che internet crea nuove e maggiori opportunità di usi impropri. Per questo motivo, limitiamo la libertà di espressione per tutelare uno o più dei seguenti valori.

Tra i valori presi come stella polare dagli Standard della community di Facebook troviamo l'autenticità dei contenuti, la sicurezza intesa come il diritto a poter esprimere la propria opinione senza subire intimidazioni e minacce, la privacy delle informazioni e la dignità ed il rispetto delle persone che di questa comunità fanno parte.

È evidente come questa serie di virtù costituisca un elenco piuttosto astratto, e questa è la ragione per cui a volte risulta difficile capire quale sia il confine tra il bloccare i contenuti di un utente perché effettivamente sono contrari a queste linee guida, e invece andare oltre e sfociare nella sospensione senza una giusta causa.

Social network e utenti bannati, le condanne contro Facebook

L'episodio descritto all'inizio, con la conferma della condanna di Facebook da parte del Tribunale d'appello dell'Aquila, non è il primo caso in Italia in cui il colosso di Menlo Park è stato costretto a rimborsare un utente per la sospensione del suo account.

Sempre nel 2021 era capitato a marzo, quando il Tribunale di Bologna aveva ordinato un risarcimento di 14mila euro per un utente il cui account era stato bloccato e che addirittura aveva anche subìto la cancellazione dei propri dati senza spiegazioni di sorta.

Ancora prima, nel 2018, era stato il Tribunale di Pordenone ad ordinare a Facebook di riattivare un altro profilo che era stato chiuso perché aveva pubblicato il video di una parte di una partita di tennis, peraltro cancellato immediatamente.

Un comportamento, quest'ultimo, giudicato non così grave da giustificare soluzioni tanto drastiche come la sospensione dell'account, motivo per cui l'utente in questione ebbe diritto a 150 Euro di rimborso per ogni giorno di ritardo nel riattivare il profilo.

In futuro più attenzione alle segnalazioni degli utenti

Gli effetti di queste sentenze, soprattutto delle ultime in ordine temporale, si faranno certamente sentire nel mondo social dei prossimi mesi.

Quali saranno le conseguenze per i social network e per gli Standard della community? Certamente occorrerà mostrare più attenzione sulle segnalazioni degli utenti, in particolar modo sarà necessario ampliare le verifiche sui singoli casi, in quanto, come già abbiamo detto, affidarsi ad un mero algoritmo potrebbe portare ad altre sospensioni ingiustificate e, di conseguenza, al pagamento di ulteriori rimborsi.

Anche perché la questione del superamento o meno dei limiti imposti ai contenuti pubblicati dagli utenti è molto complessa, ed è davvero sottile il confine tra ciò che può essere ritenuto offensivo piuttosto che una semplice espressione del proprio pensiero, magari in ambito politico.

Invece, per il ruolo che ormai i social network hanno assunto nel mondo dell'informazione contemporanea, è fondamentale che venga trovato il giusto equilibrio, in modo che il mondo virtuale che essi rappresentano non costituisca un universo dominato da toni minacciosi o discriminatori, ma neppure un luogo dove a farla da padrone è la censura preventiva.