Che significa DASPO, quando si dà e quanto dura

Cos’è il DASPO penale, sportivo, giudiziario e urbano? A chi viene applicato ed effetti sulla fedina penale.

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Non è raro che si senta parlare in TV di DASPO sportivo, soprattutto in occasione di derby e altre partite di calcio. Questa è una misura preventiva che impone l'allontanamento e il divieto di frequentare stadi o altri luoghi indicati dal Questore.

Si dà a chi commette i cosiddetti “reati da stadio” da soli o in gruppo.

Ma il DASPO sportivo non è l'unico previsto dalla legge, esiste anche quello "urbano" e contro i corrotti.

Quanto dura, che significa questo acronimo e conseguenze sulla fedina penale nel nostro approfondimento.

Che significa DASPO e per quali reati si applica

DASPO è una sigla che si usa per indicare il Divieto di Accedere alle Manifestazioni Sportive, è una misura preventiva che, il più delle volte, riguarda le partite di calcio.

In pratica chi riceve un DASPO penale non può avvicinarsi agli stadi o altri luoghi in cui si svolgono competizioni e manifestazioni per un certo periodo di tempo indicato dal Questore (mesi o anni).

Lo scopo della misura è prevenire gli episodi di violenza e insurrezione che avvengono prima o dopo le competizioni tra le tifoserie avversarie (ai sensi dell’articolo 6, comma 7, Legge 401/1989).

Il DASPO penale sportivo si dà ai soggetti ritenuti pericolosi, già noti alle Forze dell’ordine o armate, perché:

  • hanno precedentemente violato la diffida penale ad avvicinarsi allo stadio;
  • sono stati condannati per reati commessi in occasione o in conseguenza di eventi sportivi (i cosiddetti “reati da stadio”).

Il DASPO sportivo non è l’unico esistente, anche se il principale e il più diffuso. Il Questore, se lo ritiene necessario, può vietare l’accesso in città o altri luoghi determinati allo scopo di prevenire la commissione di reati. Parliamo del DASPO giudiziario detto anche “urbano".

DASPO sportivo dallo stadio

Come abbiamo anticipato, il DASPO sportivo è la tipologia principale. Tale misura è stata disciplinata per la prima volta con la Legge 13 dicembre 401/1985 in seguito alle manifestazioni violente seguite alla finale di Coppa campioni tra Juventus e Liverpool giocata nel maggio del 1985, in cui morirono 39 tifosi italiani.

Rischia il divieto di accesso ai luoghi in cui si svolgono le manifestazioni sportive:

  • chi ha ricevuto una denuncia per atti violenti in occasione di partite o altri eventi sportivi;
  • chi ha commesso episodi violenti, intimidazioni o minacce alle Forze dell'ordine - anche all’estero - durante, prima o dopo eventi sportivi;
  • chi, nei 5 anni precedenti, è stato denunciato o condannato per reati di odio, discriminazione razziale, etnica o religiosa, detenzione di armi o materiale esplosivo, violenza o minaccia a pubblico ufficiale e delitti contro l'ordine pubblico;
  • soggetti a cui si applica la Legge antimafia (D.Lgs. 159/2011) per atti commessi anche al di fuori delle manifestazioni sportive.

Tale misura si può dare anche nei confronti dei minori; in questo caso a ricevere la notifica saranno i genitori o i tutori legali.

DASPO urbano, giudiziario e penale e quando si dà

Il divieto di accesso e frequentazione può essere imposto anche in altri luoghi che non siano gli stadi. Infatti un altro tipo di DASPO di cui si parla molto è quello “urbano”. Si tratta dell'allontanamento forzato da una determinata città, Comune o altro luogo al fine di evitare la commissione o reiterazione di reati.

Generalmente con questa tipologia si vieta l’accesso in stazioni, aeroporti, piazze e altri luoghi di assembramento.

A partire dal 2018, con l'entrata in vigore del Decreto Salvini (Decreto 113/2018) il divieto di accesso può riguardare anche ospedali, residenze per anziani e presidi sanitari fino a 12 mesi o 2 anni nei casi più gravi.

I destinatari sono soggetti con precedenti condanne o denunce per tentata violenza, discriminazione, minacce a pubblico ufficiale o turbativa dell’ordine pubblico.

C’è poi il DASPO “ai corrotti” - termine molto usato dai giornalisti - per coloro che hanno commesso reati contro il Fisco, ad esempio l'evasione fiscale.

In tali casi si rischia l'interdizione dai pubblici uffici (quindi non ci può candidare alle elezioni comunali o provinciali) e dai contratti con la Pubblica amministrazione. Nei casi più gravi può essere a vita.

Quanto dura

La durata è un aspetto molto importante e varia a seconda della gravità del fatto commesso. Di solito è valido per 12 mesi ma può arrivare fino a 5 anni in caso di recidiva.

In presenza di più condotte dolose reiterate nel tempo il Questore può estendere la misura fino a 8-10 anni. Mentre in caso di condotte violente di gruppo (ad esempio da parte della tifoseria) non può durare meno di 3 anni.

Questo vale sia per il divieto di accesso alle manifestazioni sportive che nei luoghi pubblici come stazioni e piazze.

Invece il DASPO ai corrotti dura da 5 ai 7 anni per coloro che hanno avuto condanne penali per corruzione con pena fino a 2 anni di reclusione; e per condanne superiori può essere addirittura a vita.

Se vengono a mancare i presupposti della pericolosità e della reiterazione dei reati, il Questore può decidere di interrompere o abbreviare i divieti precedentemente imposti.

Che succede a chi non lo rispetta?

Le conseguenze per chi non rispetta l'ordine del Questore sono gravi sia sul campo penale che amministrativo.

Infatti si rischia:

  • una multa compresa tra 8.000 e 20.000 euro;
  • la reclusione da minimo 6 mesi a 2 anni al massimo.

Inoltre chi viene colto nei luoghi in cui si applica il divieto rischia l’arresto da parte della Polizia se colto in flagranza di reato.

Macchia la fedina penale?

Essendo una misura preventiva e non una condanna, il DASPO di per sé non ha conseguenze sulla fedina penale.

Invece possono “macchiare” la fedina le condanne che hanno provocato l'applicazione del divieto da parte del Questore.

Ad esempio per reati contro l’ordine pubblico, discriminatori o contro il Fisco e la Pubblica Amministrazione.

Come fare ricorso al TAR 

La legge ammetta il ricorso al Tribunale amministrativo per contestare l’applicazione del divieto sia in caso di errori formali che sostanziali.

Questo perché, essendo una misura che limita la libertà personale, deve essere supportata da elementi gravi e comprovati.

Quindi chi ritiene che il Questore abbia commesso errori di valutazione, che le motivazioni siano errate o che ci siano vizi di forma, può chiedere la cancellazione o revisione del provvedimento. Il ricorso può essere presentato contro il Questore, il Prefetto oppure al TAR della Regione che lo ha emesso.

Chi, oltre al divieto di accesso, è stato condannato anche all'obbligo di firma in Questura può impugnare il provvedimento dinanzi alla Corte di cassazione.