Le banche europee non sono (ancora) a rischio, ma lo saranno se fanno questi errori

Ci sono degli errori che le banche europee devono evitare assolutamente, altrimenti possono ritrovarsi con qualche acciacco (o al peggio un rischio di tracollo).

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Sarebbe sbagliato dire che le banche europee siano ora a rischio di un tracollo totale. Nonostante la crisi svizzera e gli effetti del caso Silicon Valley Bank, le banche hanno retto in maniera soddisfacente.

Probabilmente questa buona tenuta è data dal rigore e dalle guarentigie di cui sono dotate le banche europee, quest'ultime ben diverse rispetto a quelle estere. Ma questo non significa che siano immuni totalmente a qualche potenziale acciacco.

Siamo alla seconda metà del 2023, e di crisi ce ne sono state a bizzeffe. E potrebbero essercene altre anche in questo secondo semestre, basta solo commettere qualche errore in alcuni di questi mercati e il tracollo è servito.

Le banche europee non sono (ancora) a rischio, ma lo saranno se fanno questi errori

Negli ultimi 6 mesi le banche europee non hanno avuto dei momenti rosei. Anzi a marzo il timore di una crisi bancaria internazionale era abbastanza realistico, se si conta che il 9 marzo 2023, giorno del crack della Silicon Valley Bank, la Deutsche Bank aveva perso quasi 1/4 in Borsa (circa il 23%).

Ed era tra tutte le grandi banche europee quella col minore danno registrato: la francese Société Generale registrò una perdita del 27%, o le spagnole Sabadell e Bankinter rispettivamente tra il 25% e il 26%.

Lentamente si stanno riprendendo dalla botta di marzo, forte anche del sistema di protezioni di cui sono dotate le banche europee rispetto a quelle americane.

Malgrado le guarentigie, le banche europee possono ancora rischiare un altro scivolone verso l'abisso, dal momento che ancora non è chiara la strategia da prendere su alcuni punti come:

  • il mercato immobiliare americano,

  • i titoli di Stato "congelati",

  • i titoli Addition Tier 1.

Sono tutti e 3 punti nevralgici della buona tenuta del sistema bancario. Se gli istituti o le autorità competenti non riescono a riequilibrare tutti i punti in questione, il rischio di un nuovo 2008 diventerebbe realtà. E stavolta sarebbe tutto europeo.

L'esposizione al mercato immobiliare USA

L'esposizione sul settore degli immobili commerciali in America potrebbe diventare un problema per le banche europee.

Importante mercato immobiliare, cautelativamente si sono tenute intorno al 6% sul totale creditizio (la Deutsche Back al 7%), mentre in America le cifre sono estreme: le holding americane sono esposte per il 16%, le banche regionali addirittura del 36%.

È chiaro che, in caso di bolla immobiliare o di insolvenze sui mutui (i loro tassi d'interesse hanno superato il 7%), l'altissima esposizione al mercato metterebbe a rischio il credito bancario.

E anche se solo limitato a quello americano, c'è comunque da aspettarsi un ritorno di fiamma in Europa. Come accaduto per quanto riguarda la Silicon Valley Bank.

I titoli di stato "congelati" e la loro svendita

Le banche europee detengono fino a 3.300 miliardi di titoli di Stato. Un investimento gigantesco che però potrebbe venire svenduto qualora dovesse mancare la liquidità.

Al momento le banche preferisco tenerli congelati al costo ammortizzato (held to maturity), ma in caso di perdite superiori al 13% (stime di Mediobanca Securities), le banche si ritroverebbero sotto l'ideale “liquidity coverage ratio” del 100%, che esse vogliono mantenere a tutti i costi.

Soltanto ING e Deutsche Bank farebbero partire la svendita in caso di perdite superiori al 7-9% per i depositi retail. E non sono nemmeno quelle con più titoli di Stato in deposito: la BPER ne ha per il 14% degli attivi totali, così come la Popolare di Sondrio (17%) e l'olandese KBC (15%).

Una svendita dei titoli di Stato in maniera massiccia porterebbe ad uno scenario simile a quello visto con la crisi dei debiti sovrani del 2011, quando erano a rischio paesi come Grecia, Portogallo e Italia.

Il rischio delle AT1: una bomba da 275 miliardi

Altro problema è quello degli AT1, gli Addition Tier 1.

Strumenti di debito finanziario con rating di credito inferiore alla norma, sono diventati popolari per le loro particolari caratteristiche: prive di scadenza, permettono il rimborso anticipato e hanno lo scopo di assorbire le perdite senza incidere sull'operatività dell'entità.

Peccato che se la solvibilità si deteriora, le cedole vengono annullate o il capitale viene temporaneamente o definitivamente convertito in capitale o azioni della banca.

In poche parole, non si può rimborsare se c'è una perdita di capacità di riscossione in caso di estinzione e successiva liquidazione dell'ente. Appunto il fallimento della Credit Suisse Bank, la banca tra quelle più emittenti delle AT1.

Quando le Autorità svizzere hanno azzerato i titoli AT1 di Credit Suisse senza toccare le azioni, il mercato ha subito uno shock, anche se non violento.

Inoltre, in caso di scomparsa totale delle AT1, l'impatto sarebbe contenuto. Secondo Mediobanca Securities ci sarebbe solo una perdita sull’utile per azione in media del 10%.

Il problema sarebbe per i risparmiatori, visto che l'AT1 viene considerata dalla FINMA, l'autorità di regolamentazione finanziaria svizzera, ha invertito l'ordine degli strumenti nella scala di priorità.

Pertanto, le autorità hanno preferito valutare zero i 17 miliardi di dollari di obbligazioni AT1 di Credit Suisse, il che ha portato comunque a forti vendite in questo mercato.

E questo anche nei confronti dei risparmiatori: si stima che siano state emesse oltre 275 miliardi di AT1 in Europa.

Se venissero svendute e bistrattate da banche e autorità, i vari bond-gate accaduti nel corso degli ultimi decenni sarebbero nulla in confronto alla distruzione che genererebbe un simile evento.