Le tasse sul lavoro sono un problema per i datori di lavoro ed anche per i lavoratori stessi, nonostante le modifiche già fatte sull'Irpef nella Legge di Bilancio 2022. Si parla di diminuire le tasse sul lavoro, ma come funzionerebbe? Lo vediamo in questo articolo, tra legge delega alla riforma fiscale e confronto politico sul tema.

Confronto politico che non cessa mai, con Letta che ha provato a calmare gli animi e a far trasparire che c'è la volontà da parte di tutte le forze di maggioranza di modificare l'attuale tassazione sul lavoro, rendendola più leggera per tutti.

Il mondo del lavoro ha infatti subito un durissimo colpo a causa della pandemia, ma anche a causa dell'attuale conflitto in corso in Ucraina, che ha inevitabilmente alzato l'asticella della preoccupazione, impattando non solo sull'inflazione, ma anche su specifici settori che stanno subendo il colpo dell'aumento dell'energia in particolare.

Insomma, una situazione complessa in cui regna l'incertezza e le aziende, in tutti i settori, affrontano un numero di difficoltà sempre crescente. Inoltre, sappiamo che l'incertezza è nemica dell'economia ed ha un impatto anche sui consumi, motivo per cui non si preannunciano mesi rosei. La fine del conflitto sicuramente aiuterebbe, ma non sembra essere così vicina come invece si sperava.

Il Governo Draghi è chiamato a bloccare questo effetto a catena, magari proprio alleggerendo il cuneo fiscale sul lavoro, con anche in cantiere nuove modifiche all'Irpef. Le forze di maggioranza si stanno confrontando sul tema e sicuramente dovranno arrivare a delle scelte in maniera veloce, anche se comincia ad aleggiare lo spettro delle elezioni del prossimo anno, con aria di campagna elettorale che comincia a tirare per tutti i partiti.

Questo aspetto non favorisce il confronto e neanche le scelte tempestive, ma proviamo comunque a fare un punto della situazione.

Tasse sul lavoro: quante se ne pagano? Le cifre di Confindustria

Partiamo dall'argomento di principale interesse per le aziende: quanto si paga un lavoratore in Italia?

Mediamente tanto, possiamo dirlo in maniera piuttosto diretta, ma lo vedremo nello specifico in uno dei prossimi paragrafi facendo direttamente un confronto con gli altri Paesi europei. I costi per il datore di lavoro sono dati principalmente dai contributi e dall'Irpef, ma anche dalle addizionali comunali e regionali.

Ciò significa che un normale dipendente che guadagna una certa cifra, lo stipendio netto che entra direttamente nel suo conto in banca, costa alla sua impresa una cifra decisamente più elevata. Per comprendere esattamente di cosa parliamo, citiamo qualche esempio direttamente dal sito di Confindustria.

Un dipendente che guadagna per ipotesi 780 euro netti, cifra scelta appositamente per essere confrontata al RdC in questa tabella, costa all'impresa ben di più, cioè 1.360 euro. Un dipendente che guadagna 1.000 euro, sempre per fare un esempio, ne costa all'impresa 1.828, quasi il doppio.

Chi ne guadagna 2.000 netti al mese costa 4.449 euro alla propria impresa ed infine chi ne guadagna 3.000 netti ne costa ben 7.311 alla propria impresa. Diventa veramente semplice capire perché per le imprese sia sempre più difficile assumere a tempo indeterminato, garantire una crescita professionale (e quindi economica) e in generale dare stipendi mediamente più alti rispetto alla situazione attuale. Insomma, è evidente che il costo del lavoro è un problema ed è un motivo di maggiore immobilità nel mercato del lavoro.

Tasse sul lavoro: come fare a diminuirle? Il piano del Governo (forse)

Il Governo ha intenzione di mettere mano a queste eccessive tasse? Dipende, perché come abbiamo detto in precedenza le voci sono le seguenti: Irpef, contributi (in parte a carico del lavoratore, in parte a carico del datore di lavoro), addizionali regionali e locali.

Su quali di queste voci il Governo può intervenire? Potenzialmente tutte, ma in pratica non è così semplice. Intervenire sui contributi sarebbe un grosso problema, perché già alla situazione attuale il sistema pensionistico è fortemente in difficoltà e andare a sovraccaricarlo ulteriormente sarebbe rischioso e contemporaneamente potrebbe portare più conseguenze negative che positive.

Ritoccare l'Irpef è invece possibile, ma non è semplice comunque perché si tratta della principale imposta sui redditi da lavoro delle persone fisiche e c'è in cantiere una bozza che, però, ha bisogno probabilmente di tempo. Ne parliamo meglio nel prossimo paragrafo.

In ultimo, ci sono addizionali regionali e locali che sono potenzialmente più semplici da toccare, ma andrebbero a togliere notevoli risorse agli enti locali e vanno valutate attentamente le eventuali conseguenze.

Tasse sul lavoro: il Governo ritocca ancora l'Irpef?

Sembra che il Governo abbia intenzione di andare a ritoccare ancora l'Irpef, ma come? Le aliquote sono cambiate grazie a quanto approvato in Legge di Bilancio 2022, andando così a rendere il gradino meno netto tra i redditi medi, con l'obiettivo di favorire proprio i redditi medio-bassi.

In futuro, però, potremmo vedere un ulteriore modifica che porterebbe l'Irpef ad avere solo tre aliquote: 23, 33 e 43%. Sarebbe da capire molto bene a quali fasce di reddito applicarle, perché su sole tre aliquote la questione sarebbe ancor più delicata rispetto alla situazione attuale.

In ogni caso, il Governo ci sta ragionando ma il tempo comincia a mancare. L'anno prossimo questo Governo in ogni caso terminerà il suo lavoro, farà in tempo a mettere in pratica la riforma Irpef? Staremo a vedere.

Tasse sul lavoro: il confronto impietoso con gli altri Paesi

Come già detto in precedenza, un aspetto molto interessante che permette di capire quanto le tasse sul lavoro siano alte in Italia (superando i valori assoluti visti in precedenza) proviene dal confronto con gli altri Paesi comunitari.

La "classifica" dice che l'Italia è addirittura seconda, dietro solo al Belgio, con un dato spaventoso: il datore di lavoro deve spendere, in media, oltre il doppio della retribuzione netta per ogni lavoratore dipendente. Fatto 100 lo stipendio netto, la spesa lorda da sostenere è pari a 209.

Per completare la prospettiva rispetto agli altri Paesi, in Germania si è appena sotto 200 ed in Francia a circa 190. Più giù, molto più giù, ci sono Spagna con 165 e UK con 150. Nel mezzo tanti altri Paesi anche meno influenti nello scacchiere internazionale, ma il quadro è già abbastanza chiaro così.

Ridurre questo dato, a maggior ragione, è assolutamente una priorità.

Tasse sul lavoro: l'effetto pandemia e le prospettive

I dati citati in precedenza sono aggiornati al 2017, ma sappiamo che la situazione è rimasta pressoché invariata, per colpa o per merito della pandemia, che ha costretto a spostare l'attenzione su altre priorità ed ha causato un certo immobilismo su questo genere di tematiche.

Bisogna però comprendere che tutti i problemi presenti nel mondo del lavoro provengono anche da questo problema e tagliare le tasse ed in generale il costo del lavoro sarebbe un importantissimo segnale nei confronti delle imprese, un implicito messaggio di incentivo alle assunzioni ed alla mobilità nel mondo del lavoro.

Al momento sembra quasi utopia, ma nei fatti sappiamo quanto le azioni del Governo possano cambiare anche solo la mentalità e la logica in questo settore così delicato. L'incertezza, come detto, è sicuramente nemica dell'economia, dunque anche del mondo del lavoro, ma è proprio per questo motivo il momento in cui dare segnali chiari e precisi per migliorare le prospettive, non esattamente rosee, a cui andiamo incontro nel prossimo futuro.