Riempiranno gli oceani e sommergeranno le spiagge. Già lo stanno facendo, in Asia e negli Stati Uniti. In Europa, oggi, l'impresa è riuscire a trovare mascherine a sufficienza. Presto, molto presto, il problema vero sarà smaltirle. Non è uno scenario troppo quello descritto in apertura, anzi: in alcune zone del mondo è già il presente. 

Diventati sempre ormai più parte della vita quotidiana degli abitanti di tutto il mondo, le mascherine chirurgiche, ma anche le Fpp2 ed Fpp3, non sono riciclabili, non ancora. E le cattive abitudini delle persone nello smaltimento dei rifiuti, in Italia come negli altri paesi, stanno già iniziando a causare pesanti danni all’ambiente.

Sos mascherine, per la fase 2 ne servono quasi un miliardo al mese

L’allarme arriva dall’Asia e dagli Stati Uniti, ma presto riguarderà anche l’Italia. Uno studio del Politecnico di Torino ha calcolato che per la fase 2, con la ripresa delle attività e le mascherine probabilmente obbligatorie con la fine del lockdown, sarebbero necessari quasi un miliardo di dispositivi medici al mese, circa 40 milioni al giorno, considerando anche il ricambio a metà giornata (ogni mascherina chirurgica dura in media 4 ore e non è riutilizzabile). E in assenza di un vero e proprio piano di smaltimento, diventa opportuno, se non fondamentale, una corretta educazione alla gestione di questi presidi, da eliminare nell'indifferenziata, possibilmente all'interno di sacchetti dedicati. 

Mascherine inquinanti: tra Giappone e Cina è già allarme rosso

Polipropene. E’ questo il principale plastico con cui sono realizzate le mascherine utilizzate in tutto il pianeta per arginare la pandemia coronavirus: il materiale non è biodegradabile. Dunque abbandonarlo dove capita sarebbe nocivo per l'ambiente e per l'uomo. Associazioni come Oceans Asia o 4Ocean, attraverso testimonianze con foto e video, mostrano oggi mari e spiagge asiatiche e americane invase da guanti e mascherine.

Al largo di Hong Kong, già a fine febbraio si sono accumulati migliaia di presidi sanitari nei pressi delle isole disabitate di Soko, considerate un paradiso terrestre.

In Giappone ci sono oltre sette milioni di abitanti e da più di un mese si fa un uso quotidiano e massiccio di mascherine: andrà avanti così ancora a lungo, per non parlare infine della Cina, dove tutto è iniziato, ma anche a Miami, in Florida, dove si segnalano spiagge e strade inquinate da guanti e mascherine.

Non solo mascherine: plastica in mare? 8 milioni di tonnellate all'anno

Come detto, diverse sono le associazioni che stanno sostenendo campagne di sensibilizzazione rivolgendosi alla popolazione e chiedendo di testimoniare con fotografie e video tutto quello che riguarda l’aumento pericoloso di materiale plastico in mare, già al collasso prima dello scoppio della pandemia del coronavirus: la stima è di almeno 8 milioni di tonnellate di plastica negli oceani ogni anno, che rappresentano l'80% dei detriti presenti in mare causando l'estinzione di molte specie marine.

L'allarme di Legambiente: italiani cattivi "smaltitori" di rifiuti

In Italia, a muoversi per prima è stata Legambiente, messa in allarme anche dai numeri diffusi dal Politecnico di Torino nell’indagine realizzata per la Regione Piemonte: saranno necessarie 950 milioni di mascherine al mese, più mezzo miliardo di guanti e due milioni di termoscanner per la ripresa delle attività, materiali per nulla semplici da reperire sul mercato essendo molto alta la concorrenza, con paesi comepastedGraphic.png Gran Bretagna e Germania che stanno iniziando ad adottare misure sempre più drastiche, compresa l’obbligatorietà delle mascherine. Il rischio principale è il cattivo smaltimento, questo l'appello più importante lanciato dell'associazione: "Occorre non sottovalutare il problema, fare attenzione massima alla gestione del problema e non abbadonare mascherine e guanti dove capita".