Tra stereotipi e luoghi comuni, ecco perché alcune fiabe sono sessiste

Le fiabe sono sessiste. Si tratta di un'affermazione, ma anche una domanda che ancora sconvolge tanto. Quali sono gli stereotipi i luoghi comuni?

Prima di andare a letto o durante un pomeriggio uggioso, milioni di genitori e nonni hanno preso un libro e hanno letto e riletto le fiabe ai più piccoli. Una lunga e antica tradizione, quella delle fiabe, che ha quasi educato alla crescita bambine e bambini, con ideali, sogni e concezione della vita a volte, un po’ retrogradi.

Nell’Italia di oggi e forse anche in quella del domani, guai a toccare le fiabe, idilliache e innocenti, poco inclini ai cambiamenti di un mondo che non è più quello di un tempo – o quasi.

Negli ultimi tempi, il dibattito si è spesso acceso sulla natura obsolete e sessista di alcune tra le fiabe più note che tutti, grandi e bambini, hanno ascoltato o letto almeno una volta nella vita. Però, ogni volta, quasi si inorridisce di fronte alle polemiche.

Le fiabe sono sessiste? Il dibattito si è riaperto all’indomani di un monologo che Paola Cortellesi ha tenuto durante la cerimonia di apertura dell’anno accademico presso l’Università Luiss Guido Carli.

Paola Cortellesi e il monologo all’Università Luiss Guido Carli

Paola Cortellesi, brillane attrice e reduce del successo del suo debutto come regista C’è ancora domani, ha inaugurato l’anno accademico dell’Università Luiss Guido Carli.

Per l’occasione, ha scelto di offrire un monologo sul sessismo nelle fiabe, ribadendo l’esistenza di luoghi comuni che costituiscono, nell’immaginario collettivo, l’immagine ideale della donna nelle favole. Tra una lieve critica al maschilismo e la messa in risalto degli stereotipi presenti nelle fiabe che relegano la donna al solo ruolo di una povera ingenua casalinga che non aspetta altro che essere salvata dal principe azzurro, arrivano indignazioni e critiche – e qualche plauso.

Nel suo monologo, Paola Cortellesi ha sottolineato come, nelle fiabe, tutti i personaggi femminili siano giovani vittime ingenue che hanno il bisogno di essere salvate oppure siano streghe cattive e malvage che rincorrono solo l’ideale di bellezza.

Bellezza e ingenuità sono un connubio perfetto, ricorrente in tutte le storie che milioni di bambini hanno letto prima di andare a dormire. E l’intelligenza?

Il sessismo poco nascosto delle fiabe

Il sessismo è più che presente nelle fiabe che i tradizionalisti cercano di difendere con i denti.

Quel sessismo che relega la figura delle donne al solo ruolo di spose, fanciulle da salvare da mille angherie e che ricorrono il solo sogno del matrimonio con un principe pronto a salvarle.

Sì, perché solo un bel principe può salvarle. Un principe che si accorge di loro solo per la disarmante bellezza. Se ci pensiamo bene, nessuna delle fanciulle è brutta o intelligente. Capacità e intelligenza sono quasi inesistenti.

Nessuna delle fanciulle riesce a salvarsi da sola, ha in mano la sua vita, fa qualcosa per cambiare lo status quo. Le donne, nelle fiabe, vengono perseguitate per la loro bellezza, si cacciano in guai per la loro ingenuità e vengono salvate da un uomo che si innamora di loro per la sola bellezza, senza conoscerle, senza sapere niente di loro.

Il sessismo non si limita a questo. Nelle fiabe, le donne sono casalinghe e colf, addette alle pulizie che fanno, a volte, anche cantando.

Ebbene, si tratta, in tutti i casi, di concezioni quasi antidiluviane che, ancora, dopo anni di lotte e rivendicazioni, vengono raccontate ai bambini, alimentando una condizione retrograda e, forse, quasi superata della condizione della donna e del suo ruolo nella famiglia e nella società.

Non che ci sia qualcosa di sbagliato a voler prendersi cura della casa, ma, nelle favole, non c’è una moderna divisione dei ruoli e dei compiti, tra uomini e donne.

Perché solo un principe (non) può salvare una donna

Il finale che tutti ci siamo aspettati è il fatidico bacio tra il principe e la giovane fanciulla che, dopo molti anni di difficoltà e angherie, finalmente può essere salvata.

E allora ecco pronta la scena di un ballo, tra una bellissima ragazza e un principe, un uomo appena conosciuto che si innamora di lei a prima vista.

Ma nessuna fanciulla riesce salvarsi da sola o viene salvata da un’altra donna. Le fanciulle, nelle fiabe, hanno quasi il bisogno di essere salvate da un principe.

Non provano neppure a salvarsi. Si alimenta, così, un ideale sbagliato: le donne hanno bisogno di un uomo perché, da sole, non possono far nulla (se non pulire la casa cantando). Cosa manca? Quell’autodeterminazione e quell’autorealizzazione femminile.

Ebbene, le fiabe rappresentano un piccolo patrimonio della nostra storia, delle nostre tradizioni. Quel che non sanno coloro che difendono a spada tratta le storie di queste ingenue e bellissime donne è che molte delle fiabe, così come le conosciamo ora, sono il frutto di molte revisioni.

Molte fiabe, nella loro versione originale, sono meno candite e pure: avevano, spesso, un finale tragico e scene quasi horror, forse poco indicate alle letture serali. Se ci sono diverse versioni e revisioni di una stessa fiaba è perché, con il passare degli anni, si è sentito il bisogno di apporre qualche modifica.

Sara Bellanza
Sara Bellanza
Aspirante storica contemporaneista, classe 1995.Amante della lettura e della scrittura sin dalla tenera età, ho una laurea triennale in Filosofia e Storia e una laurea magistrale in Scienze Storiche, conseguite entrambe presso l’Università della Calabria. Sono autrice di alcune pubblicazioni scientifiche inerenti alla storia contemporanea e alla filosofia: "L'insostenibile leggerezza della storia" e "L’insufficienza del linguaggio metafisico" per la rivista "Filosofi(e)Semiotiche", e "Il movimento comunista nel cosentino" per la "Rivista Calabrese di Storia del '900".Nonostante la formazione prettamente umanistica, la mia curiosità mi ha spinto a conoscere e a informarmi sugli ambiti più disparati. Leggo, scrivo e fotografo, nella speranza di riuscire a raccontare il mondo così come lo vedo io.
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