Sul luogo del lavoro è importantissimo instaurare, o almeno provarci, relazioni che siano sane e quindi produttive, che si sia dipendente o capo. 

Anche se, un po’ in stile cinematografico, vorremmo porci una domanda, come sopravvivere a un (pessimo) capo e vivere felici? Vi sarebbero diverse tipologie di capo, quello inespressivo, macchinatore e ingannatore; quello inetto, che non si fida manco di se stesso; quello dittatore, il procrastinatore, l’arrogante, etc. etc. 

A voi chi è toccato? Come riconoscere e come far fronte a un pessimo capo? Proviamo a capire insieme come muoversi. 

Intanto Marco Montemagno ci dice come riconoscere un capo incompetente in un video sul suo canale Youtube:

Lavoro, l’incontro con un pessimo capo

L’incontro con un capo non all’altezza non è cosa rara. Le esperienze non mancano. Più maturano più sono alte le probabilità di incontri poco graditi. Statistica, tutto qui. Del resto non tutti i mali vengono per nuocere, poiché in qualunque lavoro vi si cela una percentuale utile di apprendimento, crescita e formazione. Vi sono lavori che non servono a trovare il proprio percorso, ma magari a crescere, o addirittura a cambiarlo. Si possono cogliere frutti anche dagli incontri con i capi peggiori.

Un confronto importante è quello con un posto pubblicato sul blog di Domitilla Ferrari, Chief Marketing Officer a Milano e docente di Comunicazione Digitale all’Università di Padova.

Si tratta di un post collaborativo dal titolo 10 cose che ho imparato da un pessimo capo (datato 2016, sebbene si ponga come uno dei più letti ancora oggi). I fruitori condividono annotazioni, esperienze, resoconti. Una sorta di esperimento che ha accomunato Domitilla e i suoi lettori, i capi erano tutti identici. Da questo post ha preso poi forma la sua ultima pubblicazione edita da Longanesi, Il pessimo capo.

Lavoro e cattivi maestri

Per porsi come un «cattivo maestro» vi sono innumerevoli soluzioni, le variazioni non mancano. All’interno della sua ultima fatica editoriale la Ferrari ne offre una veduta. Di capi ve ne son molti, inespressivi, mistificatori, inetti, confusionari, procrastinatori, maleducati o sessisti

Le conseguenze negative di una autorità malsana non devastano solamente il vigore del singolo dipendente, ma anche il contesto complessivo, che ne esce traviato. L’autrice non si ferma a una mera carrellata di profili poco raccomandabili di leader, ma dispensa metodologie di resistenza e consigli per addentrarsi in un universo lavorativo che prosegue il suo cammino di trasformazione

Lavoro, il rapporto con un pessimo capo 

L’esperienza del blog ha senz’altro mosso le acque. Non sono mancati i capi che sono andati a riconoscersi  (e lamentarsi) nei (dei) profili tracciati da Domitilla Ferrari e i suoi fruitori. 

Ovviamente non vi sono riferimenti specifici. Ebbene, il fattore che li aveva accomunati era quello di essersi rivisti nel leader inetto e nell’apprensione di essere ritenuti come tali. Appunto, il “leader inetto, uno dei profili che va per la maggiore.

Lavoro, i capi e la questione di genere 

Nessuna figura professionale potrebbe essere realmente ricoperta senza aver avuto esperienza di un modello, come dire, cattivo. Il modello di un pessimo capo può aiutare il percorso di crescita professionale ed esistenziale, e i cattivi esempi non mancano mai.

Che siano donne o uomini, poco importa. In azienda le esperienze di capi, in qualsivoglia contesto o settore lavorativo, sono un osservatorio privilegiato, un laboratorio unico di vita e di, appunto, lavoro.  

Lavoro, come riconoscere un pessimo leader, questione di caratteristiche 

Il leader peggiore potremmo individuarlo in quello che non espone chiaramente con il team obiettivi e mission complessiva. Il sapere perché si fanno le cose potrebbe supportare volontà, passione e produttività. Capire il senso delle attività è fondamentale. 

La non condivisione delle decisione sancite ai vertici dell’azienda potrebbe accompagnare a un progressivo allontanamento del dipendente dal lavoro, con un netto calo del suo interesse e dedizione alla causa. Il non sentire di far parte del progetto porta alle nostre dimissioni. 

Lavoro, gli effetti di un pessimo capo sul contesto lavorativo

L’abbandono di un posto di lavoro non dipende da un effettivo cambio di settore. Ci si trasferisce in un altro ufficio proseguendo le solite attività, la professione di sempre. È la volontà di non incontrare più il vecchio capo a spingerci lontano. 

Qui risiede l’impatto di una guida malsana sulla propria società. Può darsi che questo leader affascini i suoi superiori, in quanto portatore in ogni caso di esiti positivi.

Sebbene in una tale congiuntura storica, quella delle «grandi dimissioni» e in cui in diversi comparti il mercato è divenuto sovranazionale, una qualsiasi società dovrebbe riflettere bene sulla circostanza che i competitor si stiano incredibilmente ampliando e che quindi dovrebbe avere considerazione del clima aziendale e dell’umore dei dipendenti. 

Il lavoro in remoto peggiora la situazione. Il capo è una chimera, sparisce. Il lavoro di squadra un miraggio, ci sente davvero soli. 

Lavoro, l’incidenza dello smartworking sul capo, buono o cattivo? 

Vestire i panni del capo è una vera e propria professione a sé stante. Si può anche essere bravi nella propria competenza lavorativa, ma questo non vuol dire essere in grado di guidare una squadra di lavoro. 

Una circostanza, poi, ancor più evidente allorché i leader siano abituati a un certo modo di amministrare lavoro e dipendenti e lo debbano cambiare improvvisamente. È proprio il caso dello smartworking. Nessuno ha insegnato l’arte del lavoro in remoto, anche i capi hanno dovuto improvvisare. Si è quindi cercato di bissare i tradizionali modi di operare. Riunioni a raffica anche se a distanza, magari prive di riepilogo seguente via email. 

Coloro che avevano avuto una esperienza pre pandemica di lavoro in remoto, lo aveva fatto avvalendosi di corsi di formazione. Il capo è di solito conservatore, prova a ripetere le consuetudini da ufficio anche in smartworking. È sempre alla ricerca della sua comfort zone e non s’impegna a imparare.

Lavoro, pessimo capo, capo impreparato? 

I modi per formarsi non mancano, i corsi vanno solitamente su istanza del leader interessato a seguirli. Vi sono alcuni corsi, si pensi quello sulla sicurezza, che prevedono l’obbligatorietà, sebbene ai capi non venga vincolato alcun corso di leadership (eccezion fatta per aziende illuminate). 

Le persone percorrono carriere in salita, ma privi di adeguata formazione. Si potrà leggere qualche libro, ma non si ammetterà mai di non essere in grado di interpretare il ruolo di leader, quindi non si richiederanno corsi ad hoc.

Una sorta di circolo vizioso. La persona in questione lavorerà al meglio che può ripetendosi di essere stato scelto per quella posizione perché meritevole e capace. Una circostanza che non lo indurrà ad ammettere la sua incapacità. Sarebbe come una confessione di incompetenza. Il lavoro, invece, dovrebbe andare in direzione opposta, ammettere le difficoltà e chiedere supporto, quindi, formazione. 

Lavoro, l’azienda non è una grande famiglia

A tal proposito andremo a citare Diderot, nello specifico il concetto di quarta parete, quella fondamentale affinché l’attore riesca a interpretare la sua parte innanzi alla platea. Anche per il pubblico, che a sua volta figura un ruolo, questa parete potrebbe significare separazione. 

Non si tratta di vestire i panni di un automa privo di sentimenti, ma di tutelarsi grazie a un distacco emotivo essenziale per il funzionamento dell’azienda e per il proprio benessere. In caso contrario si correrebbe il rischio di trasformarsi nel dipendente che attenda la giornata di buon umore del capo per capire se sia il caso o meno di contraddirlo o obbedire. 

Si pensi ai tradizionali discorsi dal sapore natalizio, quello del, per intenderci, “siamo tutti una grande famiglia”. No, non è così che funziona. Il lavoro non è sinonimo di assistenzialismo, si lavora perché stipendiati per mettere in campo professionalità e svolgere compiti, perché incaricati di un ruolo. Il lavoro può essere qualsiasi cosa, fuorché una grande famiglia.

Lavoro, le strategie e le garanzie contro un pessimo leader 

Tutto varia a seconda del capo che si ha di fronte. Di fronte, ad esempio, a un capo rivelatosi maleducato, sessista o incompetente, l’unica valida alternativa a nostra disposizione è la non deresponsabilizzazione. Non bisognerebbe cadere nel “Vabbè, tanto è sempre andata così”. 

Sarà invece opportuno esporre lo stato di cose con coloro che gestiscono il personale. Altra strada percorribile potrebbe essere quella di avanzare l’ipotesi di un corso formativo collettivo, seguito da ogni membro dell’azienda. 

Ovviamente non mancano casi limite, disperati. Di fronte a questi meglio la fuga. 

Lavoro, alle prese con un capo manipolatore 

In questo caso la quarta parete viene abolita. Sancita la tossicità della circostanza, si dovrà imbastire una via di fuga. L’idea sarebbe quella di disattivare il capo sofisticatore.

Per annullare una potenziale provocazione basterà non cadere nel circolo vizioso. Qualora il capo dicesse qualcosa con il chiaro scopo di destare preoccupazione o ansia, la si ammetterà, anche se non vera, come per a fargli il contentino, per poi smentirlo con i fatti. 

Lavoro, il percorso inverso, da cattivo capo a buon capo 

Per smettere di essere un cattivo capo la prima questione sarebbe la consapevolezza, il sapersi riconoscere come tale. Non troverete persone disposte ad affermare “Voglio smettere di essere un pessimo capo”. Nessuno penserebbe realmente di esserlo. 

Per chi si approcciasse a vestire i panni del capo o per chi cominciasse un lavoro di gestione team, il consiglio è quello di immaginare al più cattivo modello mai conosciuto, cercando di comportarsi in modo opposto. Bisognerebbe ripetersi, non vorrei mai finire come quel capo che mi chiamava in riunione cinque minuti prima dell’uscita, che mi annullava le ferie, che non chiariva gli intenti, etc.

Annotarsi le esperienze passate, per interpretare meglio i ruoli e i lavori futuri.