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Chi è Mara Maionchi: vita privata e curiosità sulla produttrice discografica

Considerata una delle più grandi produttrici discografiche d’Italia, Mara Maionchi è diventata famosa a livello nazionale quando si è trasformata in personaggio televisivo. Simpatica, irriverente e sempre con la battuta pronta, ha avuto una carriera di tutto rispetto. Vediamo chi è e quali sono le curiosità sul suo conto.

Mara Maionchi: chi è la produttrice discografica

Classe 1941, Mara Maionchi è nata il 22 aprile a Bologna, sotto il segno zodiacale del Toro. Dopo aver interrotto gli studi nel 1959, è stata assunta in una ditta di antiparassitari della sua città. Nel 1964 si è trasferita a vivere a Milano, lavorando prima in una fabbrica che produceva impianti antincendio e poi come segretaria per l’ufficio stampa di Ariston Records. E’ così che ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica.

Grazie al lavoro da segretaria, Mara ha conosciuto personaggi di spicco, come Ornella Vanoni e Mina Reitano, e ha incontrato il futuro marito Alberto Salerno. Pian piano ha iniziato a lavorare con i grandi nomi della musica italiana, tra cui Lucio Battisti e Mogol, e nel 1975 è diventata responsabile editoriale di Dischi Ricordi. Il 1983 è l’anno della svolta, quello in cui la Maionchi e Salerno hanno fondato l’etichetta discografica Nisa, seguita nel 2007 da Non ho l’età.

Negli ultimi anni, la Maionchi è diventata anche un personaggio televisivo molto apprezzato: da giudice di X Factor alla conduzione di Scalo 76 insieme a Francesco Facchinetti, passando per giurata di Italia’s Got Talent e ospite fissa di Che tempo che fa. Come se non bastasse, ha scritto anche tre libri (Non ho l’età, Il primo anno va male, tutti gli altri sempre peggio e Se non sbagli non sai che ti perdiSe non sbagli non sai che ti perdi) e ha recitato nel film La banda dei Babbi Natale di Aldo, Giovanni e Giacomo.

Chi è il compagno di Mara Maionchi?

Mara Maionchi ha sposato il compagno Alberto Salerno nel 1976. Nel corso della loro unione sono diventati genitori di due figlie, Giulia (1977) e Camilla (1981). La produttrice discografica non ha mai nascosto i tradimenti del marito, tanto che ne ha parlato anche nel libro Non ho l’età, scritto a quattro mani con lui. Come si è vendicata? Giocando d’azzardo e andando ad intaccare anche il suo patrimonio. Intervistata da Repubblica, ha dichiarato:

Dopo 40 anni non si lascia un marito per una sco**ta. Una storia è diverso, ma una sera di libertà… Non ho fatto finta di niente, gli ho fatto un cu*o come un paniere. (…) Se un uomo ti tradisce, può farlo per molti motivi spesso futili, bassissimi, ed è un errore pensare che lo faccia contro di te. Il fulcro è lui, è lui che vaga, lui che si è acceso per un cortocircuito, per un piccolo miraggio che lo ha fatto sentire un cowboy.

Salerno, dal canto suo, ha ammesso di non aver mai pensato di lasciare la moglie. Ha raccontato:

Eppure mai, nemmeno per un secondo, ho pensato che esistesse una donna per la quale potessi lasciare Mara. Mai tornando a casa ho pensato che quello non fosse il mio posto. (…) Mi sentivo incapace, come autore, marito e padre.

Per cosa è diventata famosa Mara Maionchi?

Fino al suo debutto in televisione come giudice di X Factor, Mara Maionchi era famosa solo tra gli addetti ai lavori. Grazie alla televisione, è riuscita a conquistare il grande pubblico, che oggi l’acclama e la segue in qualsiasi sua avventura televisiva. In una vecchia ospitata nel programma Matrix, ha commentato così la fama arrivata in tarda età:

Sono diventata famosa a settant’anni. (…) Quando ho iniziato a fare X-Factor con Morgan e Simona Ventura non mi conosceva nemmeno il mio vicino di casa, io ho cercato di non farmi pestare i piedi.

Che lavoro fanno le figlie di Mara Maionchi?

Classe 1977, Giulia Salerno è molto riservata. Ama vivere la sua vita lontano dai riflettori, ma sappiamo che ha reso nonni Mara e Alberto, la prima volta nel 2011 con la nascita di Niccolò e la seconda nel 2018 con l’arrivo di Margherita.

Camilla, invece, è venuta al mondo nel 1981 e, dopo la laurea in Relazioni pubbliche presso l’Università IULM di Milano, ha iniziato a lavorare nel mondo della pubblicità. Dopo alcuni anni ha deciso di mettersi in società con la sorella Giulia, dando vita alla Cimice Records.

Che cantanti ha lanciato Mara Maionchi?

Mara Maionchi ha scoperto e lanciato diversi cantanti che oggi sono molto famosi, come: Gianna Nannini, Mango, Renzo Arbore, Umberto Tozzi, Eduardo De Crescenzo, Fabrizio De Andrè, Mia Martini e Tiziano Ferro. Su quest’ultimo, ospite di Belve, ha avuto qualcosa da ridire.

Banche miste sul Ftse Mib dopo ultima decisione Bankitalia

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Questa prima seduta della settimana si è conclusa a due velocità per i titoli del settore bancario che si sono mosso lungo binari diversi.

Banche a due velocità sul Ftse Mib

Il timido rialzo offerto dal Ftse Mib è stato sfruttato a dovere da Banca Popolare di Sondrio che ha messo a segno una delle migliori performance nel paniere delle blue chip, con un rialzo del 2,35%.

In positivo anche Bper Banca e Mediobanca che hanno chiuso in positivo rispettivamente dello 0,71% e dello 0,34%.

Poco sotto la parità Intesa Sanpaolo che ha ceduto lo 0,2%, mentre Banca Monte Paschi è sceso dello 0,29%. lasciando più indietro Banco BPM e Unicredit, che hanno terminato le contrattazioni in flessione dello 0,84% e dell’1,16%.

Banche: snobbati buoni segnali da Spread e BTP

I protagonisti del settore bancario non sono riusciti a muoversi tutti nella stessa direzione di marcia malgrado i segnali incoraggianti arrivati dal mercato obbligazionario.

Lo Spread BTP-Bund si è contratto ed è sceso dell’1,44% a 129,07 punti base, mentre gli acquisti sui BTP hanno favorito una flessione dei tassi, con il rendimento del titolo a 10 anni calato dell’1,1% al 3,823%.

Banche: Bankitalia ha deciso di introdurre un SyRB

I titoli del settore bancario, intanto, sono stati oggetto di attenzione sulla scia delle ultime novità arrivate da Palazzo Koch.

Facendo seguito alla pubblica consultazione avviata a marzo, la Banca d’Italia ha deciso di applicare un Systemic Risk Buffer (SyRB) pari all’1% delle esposizioni domestiche ponderate per il rischio di credito e di controparte.

Come anticipato nella consultazione, l’obiettivo dell’1% verrà raggiunto progressivamente, con una riserva dello 0,5% da costituire entro fine 2024 e la parte restante entro il 30 giugno 2025.

Banche: l’analisi di Equita SIM

Gli analisti di Equita SIM ricordano che a fine 2023, il buffer medio sul Common Equity Tier 1 delle banche italiane sotto la loro copertura era in media di oltre 620 punti base.

Sulla base dei calcoli della SIM milanese, il SyRB comporterà una richiesta di capitale aggiuntiva rispetto al minimo regolamentare di circa 77 punti base in media, corrispondenti a circa 5 miliardi di euro di riserve addizionali, portando il buffer a circa 540 basis points in media.

Si tratta di un un livello che gli analisti di Equita SIM continuano a ritenere particolarmente solido e che a loro avviso non rappresenta un rischio sulle politiche di distribuzione comunicate dalle banche.

Elezioni europee, facciamo chiarezza

Penso di aver deciso per chi voterò alle prossime elezioni europee, ma voglio attendere la lista definitiva dei candidati quindi lo annuncerò soltanto la prossima settimana.

Nel video odierno invece mi limiterò a parlare di queste elezioni anche perché ritengo che molti ascoltatori non abbiano le idee chiare.

Infatti il sistema elettorale delle elezioni europee è decisamente diverso da quelle nazionali.

Ma attenzione molti qui fanno confusione, ossia si parla di un sistema elettorale europeo, NON è così, NON esiste una legge elettorale europea, ogni Stato decide autonomamente la legge elettorale per arrivare ad eleggere gli eurodeputati.

In Italia per le elezioni europee si vota con un sistema prettamente proporzionale, con una soglia di sbarramento posta al 4%, ma, ad esempio, in diversi altri Paesi non è stata fissata alcuna soglia di sbarramento, si vota con un proporzionale puro.

Per quanto riguarda le nostre elezioni nazionali, invece, il sistema elettorale attualmente in vigore, quello che giornalisticamente viene definito Rosatellum, è un sistema misto, ossia una parte dei parlamentari viene eletto col sistema maggioritario.

Ma non solo, a distinguere le due tipologie di elezioni soprattutto le preferenze, determinanti per quanto riguarda le elezioni europee, mentre per quelle nazionali di fatto non ci sono.

Nei collegi uninominali delle elezioni nazionali c’è un singolo candidato per lista o per coalizione, mentre per la parte proporzionale esistono i cosiddetti listini bloccati, i nomi dei candidati sono già riportati sulla scheda elettorale e gli eletti seguiranno l’ordine nel quale sono riportati sulla scheda.

Insomma nelle elezioni europee gli eletti vengono decisi dagli elettori, in quelle nazionali dai partiti di appartenenza.

Quando si vota in Italia spero lo sappiate tutti, ossia l’8 ed il 9 giugno, e per la precisione dalle 14 alle 22 di sabato 8 giugno e dalle 7 alle 23 di domenica 9 giugno, ma in altri Paesi non sarà così, tuttavia l’esito del voto si saprà lunedì 10 giugno.

Saranno eletti 720 eurodeputati, più degli attuali 705, oggi abbiamo meno deputati a causa della Brexit, gli europarlamentari italiani saranno 76.

Inoltre c’è un aspetto che forse molti ignorano.

Il Presidente della Commissione europea, di fatto il Capo del Governo europeo non viene proprio eletto direttamente dagli elettori, tuttavia esiste una strana formula che infatti non è stata formalizzata a livello giuridico, si tratta della formula dei candidati di punta che viene spesso definita in lingua tedesca (Spitzenkandidaten).

In pratica i partiti (intendo dire i gruppi parlamentari europei) indicano un loro candidato per la Presidenza della Commissione europea ed il partito, o meglio gruppo parlamentare, che vince le elezioni, esprime il capo dell’esecutivo comunitario.

Sembrerebbe tutto chiaro, ma figuratevi se ci può essere qualcosa di chiaro in quest’accozzaglia burocratica chiamata Unione europea.

Infatti i Trattati Ue stabiliscono solo che il Consiglio europeo (quello formato dai capi di Stato e di Governo dei vari Stati membri) può solo proporre un nome per la guida della Commissione, anche se sarebbero obbligati a “tenere in considerazione” i risultati delle elezioni, a quel punto la palla spetta al Parlamento che potrebbe “bocciare” il candidato espresso dal partito che ha vinto le elezioni.

E’ proprio successo questo dopo le scorse elezioni, il Partito Popolare Europeo PPE che ha vinto le elezioni aveva indicato come candidato Manfred Weber che tuttavia non venne eletto alla Presidenza della Commissione europea perché il Consiglio europeo nominò Ursula Von Der Leyen che comunque apparteneva alla stessa formazione politica il PPE.

Il PPE è il gruppo parlamentare più numeroso, viene spesso identificato come un gruppo parlamentare di centrodestra, ma in questa legislatura nella coalizione che sosteneva la Commissione europea con il PPE c’erano i socialisti ed i liberali.

Potremmo dire che il Governo in carica in questa legislatura, ossia la Commissione europea guidata da Ursula Von Der Leyen era sorretta da una maggioranza di centrosinistra.

Da segnalare poi che la nostra coalizione di centrodestra, quella nazionale, formata da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, in Europa si sfalda.

Forza Italia, appartenente al PPE in questa legislatura era al Governo, Fratelli d’Italia era all’opposizione della Von Der Leyen essendo nel gruppo dei Conservatori e riformisti, sempre all’opposizione la Lega che tuttavia fa parte del gruppo Identità e Democrazia, un gruppo del quale fanno parte anche l’AFD tedesca ed il Rassemblement National francese.

Infine ricordiamo che ben 51 eurodeputati non rientravano in alcun gruppo parlamentare, insomma fanno parte di quello che noi definiremmo Gruppo misto, fra di loro gli eurodeputati del Movimento 5 Stelle.

Concludo facendo in breve excursus su come potrà essere formato il nuovo Parlamento europeo.

Ci sarà senza dubbio uno spostamento verso la destra, ampiamente previsti i successi elettorali per il Rassemblement National francese e il nostro Fratelli d’Italia, che tuttavia come ho detto non fanno parte dello stesso gruppo parlamentare in Europa.

Ma rispetto all’attuale composizione saranno molti i partiti cosiddetti euroscettici all’interno di Identità e Democrazia che guadagneranno voti, voti che tuttavia compenseranno la debacle della Lega che ricordiamo alle scorse elezioni europee aveva avuto un successo clamoroso.

Per questo, in linea teorica, dalle urne potrebbe uscire una maggioranza estremamente diversa da quella attuale.

Al punto che il PPE, che si prevede rimarrà il gruppo parlamentare più numeroso, per formare la nuova Commissione europea anziché guardare verso sinistra, come ha fatto finora potrebbe guardare a destra, ossia verso i Conservatori della Meloni e Identità e Democrazia della Lega.

Certo sembrerebbe azzardato vedere nella nuova Commissione europea eletti in Alternative Fur Deutschland, ed effettivamente anch’io faccio fatica a crederlo, tuttavia potrebbe davvero essere un’eventualità, perlomeno numerica.

Mancano sette settimane al voto, e davvero può succedere di tutto, non ci resta che stare a vedere.

Inflazione: ma l’abbiamo davvero debellata?

Innanzitutto un’informazione, lunedì pubblicherò il report di JP su quello che sta accadendo, a livello politico, negli Stati Uniti, so che molti di voi lo attendevano, quindi ho voluto subito dare questa notizia.

Oggi invece torno a parlare di una altro argomento che tuttavia vede sempre gli Stati Uniti protagonisti, ossia la situazione economica mondiale, in particolare un focus sulle prossime decisioni per quanto riguarda i tassi da parte delle principali Banche Centrali.

Ma senza dimenticare anche i conti pubblici visto che siamo in un anno molto particolare.

In questo 2024 infatti ben 72 Paesi al mondo vanno al voto. Alcune elezioni si sono già svolte, cito ad esempio quelle russe, sappiamo poi che quasi tutti gli Stati europei andranno al voto a giugno.

E poi ovviamente tutti gli occhi puntati sugli Stati Uniti.

Torniamo a noi. Negli Stati Uniti, dopo la fiammata inflazionistica del 2022 quando, nel 2023, i prezzi, certo han continuato a salire, ma in maniera molto più contenuta, questo aveva alimentato speranze che la Banca Centrale avrebbe abbassato i tassi ed in maniera anche abbastanza consistente.

Ricordiamo che una politica monetaria restrittiva, ossia tassi di interessi alti, rallenta se non addirittura frena l’economia, ovviamente, per converso, una politica monetaria espansiva, ossia tassi bassi invece stimola la crescita economica.

L’ottima performance che hanno avuto i mercati finanziari nel corso dello scorso anno rifletteva proprio queste attese, ossia la fine della politica monetaria restrittiva.

Anche perché negli anni più bui, a sostenere l’economia, è stata una politica fiscale espansiva, insomma l’Amministrazione Biden aveva enormemente allargato i cordoni della borsa, facendo arrivare il debito pubblico a livelli che definire stratosferici non è esagerato.

Quindi non si poteva continuare in quel modo, le attese per un ribasso dei tassi, tuttavia, giorno dopo giorno scemavano, perché?

Ufficialmente si è cominciato a parlare di un limite, il 3/3,5% sotto il quale l’inflazione non scendeva, personalmente ritenevo questo timore, ossia il timore dell’inflazione anche esagerato, attenzione, mi sbagliavo.

Ed ora cerco di spiegarmi.

Sì sappiamo tutti che l’obiettivo della Banca Centrale è per un tasso di inflazione intorno al 2%, meglio qualcosa in meno, ma insomma il 3/3,5% certo è un po’ più alto, ma non al punto di mantenere il tasso di riferimento al 5,5%.

Ricordiamo infatti che negli Stati Uniti il tasso di riferimento è di un punto superiore rispetto a quello dell’eurozona, il 5,5% rispetto al 4,5%, quindi attendersi perlomeno una riduzione del tasso di riferimento da parte della Fed di un punto percentuale, oltretutto in tempi ragionevoli, insomma avete capito, non ne vedevo i pericoli.

Eppure ricordate cosa aveva dichiarato più volte Jerome Powell, ossia il Presidente della Banca Centrale statunitense.

Aveva detto che occorreva scongiurare una nuova fiammata inflazionistica.

E ripeto, anch’io ho ritenuto che questa posizione assunta dalla Fed fosse eccessivamente prudenziale, finché …

Finché l’altro giorno mi sono fermato a riflettere, ed allora statemi bene ad ascoltare.

Forse perché la fiammata inflazionistica del 2022 è stata subito fermata dal più repentino rialzo dei tassi che sia mai avvenuto.

Ricordiamo che i tassi, negli Stati Uniti, sono passati da 0 al 5,50% dal marzo del 2022 al luglio del 2023, ossia in soli sedici mesi, si è passati dal minimo assoluto, non dico al massimo, tuttavia il 5,50% è un livello storicamente molto elevato.

Insomma forse perché abbiamo visto scendere l’inflazione in maniera abbastanza repentina, abbiamo un po’ tutti ritenuto che l’obiettivo era stato praticamente raggiunto, ma …

Abbiamo così sottovalutato che per vedere aumenti del prezzi, che in un certo momento sono arrivati a toccare la doppia cifra, dovevamo tornare alla grande inflazione degli anni ‘70 e’80 e quella inflazione, per chi c’era in quegli anni, insomma se la ricorda ancora.

Ed invece no, probabilmente molti di noi non la ricordano perché sapete cosa è successo in quegli anni?

Mi riferisco agli Stati Uniti.

Allora, dal ’71 al ’73 c’è stata una fiammata inflazionistica che ha portato i prezzi a salire fino al 12%, successivamente però, l’inflazione si è decisamente ridotta fino al ’75 quando tornò all’incirca al 5%.

Ed ecco che quando tutti pensavano che questo trend ribassiste dell’indice del prezzi al consumo continuasse la sua discesa, ecco invece che sorprendentemente tornò a salire, e partì una nuova fiammata inflazionistica ancor peggiore della prima.

Una fiammati inflazionistica che portò i prezzi a salire del 15%!!!

E solo da quel momento la corsa dei prezzi cominciò a diminuire ed in tre o quattro anni l’inflazione tornò su livelli normali.

Ecco allora che nessuno ricorda questo fatto ovvero la doppia ondata inflattiva con la seconda ancor peggiore della prima registratasi negli anni ’70 e ’80.

Ovviamente alla Fed lo ricordavano bene questo fatto che intendono scongiurare, ma se non riuscissero nell’intento?

Insomma Powell ha una fifa boia che riducendo i tassi la situazione possa ripetersi e se partisse una fiammata inflattiva ancor peggiore rispetto a quella che abbiamo subito recentemente cosa accadrebbe?

Semplice, non solo tassi non in discesa, ma addirittura in salita ed a quel punto, tassi a livelli elevatissimi e debiti pubblici fuori controllo … risultato … una recessione da paura.

Insomma non voglio essere pessimista, ma effettivamente il rischio c’è, ed è un rischio che riscontra anche la Fed che infatti per scongiurarlo continua a mantenere i tassi a questo livello, al 5,5%, che ripeto, è un livello storicamente molto elevato.

Un’ultima cosa, obiettivamente la situazione in Europa è migliore, ma anche noi non possiamo dichiararci immuni da un simile rischio.

Magari sarà meno probabile rispetto agli Stati Uniti, ma tuttavia non impossibile.

Immaginate cosa accadrebbe se l’inflazione dovesse tornare ben oltre la doppia cifra?

Meglio non pensarci.

Fedez, la poltrona peluche ha un prezzo folle: ecco quanto costa

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La vita da single di Fedez è partita da una casa nuova di zecca, 400 metri quadrati che finalmente potrà arredare come vuole, senza dover passare l’esame ‘Chiara Ferragni’. La dimora sta prendendo forma e vanta anche una poltrona peluche assai particolare. Vediamo quanto costa il complemento d’arredo e chi lo ha firmato.

Fedez acquista la poltrona peluche: quanto costa?

Da settimane, ormai, Fedez ha lasciato il mega attico di City Life che divideva con Chiara Ferragni per trasferirsi in Piazza Castello, dove ha acquistato un appartamento di 400 metri quadrati. E’ qui che il rapper ha deciso di ricostruire la sua vita, che lo vedrà papà single dei piccoli Leone e Vittoria. Tra lui e la moglie, almeno per il momento, il sereno sembra lontano anni luce. I due hanno perfino smesso di seguirsi sui social e i beninformati sostengono che sono pronti a farsi la guerra anche in tribunale. Tralasciando ciò, Fedez appare sereno e libero nella sua nuova dimora, dove ha perfino piazzato una poltrona peluche.

Di certo, la Ferragni non gli avrebbe mai permesso di mettere nell’attico di City Life un complemento d’arredo di questo tipo. Si tratta, ovviamente, di un oggetto di design, particolarmente costoso e quasi introvabile. Per il momento, Fedez ha posizionato la poltrona peluche in sala, alle spalle del grande divano grigio. Progettata da KAWS e Studio Campana (dei designer Fernando e Humberto Campana), la sedia è nera ed è formata da tanti peluche dello stesso colore messi a mo’ di collage. Spiccano solo gli occhi bianchi con l’immancabile XX e il naso rosa.

Il prezzo della poltrona peluche è quasi impossibile da stabilire. Pensate che, il 23 novembre del 2019, Christie’s ha chiuso una vendita per 1.750.000 dollari di Hong Kong, pari a 208 mila euro. Fedez, che vanta un patrimonio ingente e ama vivere nel lusso, potrebbe anche aver speso una cifra del genere.

Fedez: una casa a sua immagine e somiglianza

KAWS è un brand di cui Fedez è un grande appassionato. E’ lo stesso che ha firmato i tanti pupazzi che ha sia in casa che in ufficio. Questi giocattoli di Brian Donnelly sono facilmente riconoscibili grazie alla XX sugli occhi. La poltrona peluche, in acciaio inossidabile e legno, è composta da un numero impressionante di peluche: da 75 a 120.

La sedia, è bene sottolinearlo, non è l’unico complemento di design che spicca nella nuova casa di Federico Lucia. Il divano, ad esempio, è stato progettato da Francesco Binfarè per Edra, mentre la lampada a forma di mitra è disegnata per Flos da Philippe Starck. Perfino per i bambini Leone e Vittoria il rapper ha pensato a qualcosa di speciale. Nella loro cameretta, oltre alla lampada di Pikachu, c’è una parete interamente realizzata con i Lego che Fedez ha acquistato per loro a Miami. Non manca neanche una sala giochi, dove ha piazzato un flipper e alcuni videogiochi di un tempo.

Teddy muore in Grey’s Anatomy 20? Arriva la risposta che sconvolge i fan

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Il medical drama più famoso di sempre torna con una nuova entusiasmante stagione ricca di colpi di scena e destinata a lasciare i fan col fiato sospeso. Il finale della passata stagione ha infatti sconvolto gli spettatori, pronti alla visione di Grey’s Anatomy 20 e curiosi di rispondere alla fatidica domanda: Teddy muore? Ecco la verità.

Grey’s Anatomy 20: il ritorno del medical drama

Tante sono le serie tv più attese nel 2024 e, tra queste, vi è Grey’s Anatomy, il medical drama che ha scalato negli anni tutte le classifiche nel mondo dell’intrattenimento.

Milioni i fan che si sono appassionati alle avventure di Meredith Grey nel corso delle stagioni, dovendo fare i conti con i numerosi addii degli attori che hanno deciso di abbandonare il progetto dopo anni all’interno della serie tv.

Le avventure di Grey’s Anatomy continuano però ugualmente ad appassionare i fan della serie, sempre più curiosi di scoprire tutte le anticipazioni riguardo la nuova stagione ricca di colpi di scena.

Dove eravamo rimasti: il finale di Grey’s Anatomy 19

Prima di capire cosa hanno in serbo i nuovi appuntamenti di Grey’s Anatomy, è utile ripercorrere il finale della stagione precedente.

Tanti sono i dubbi lasciati in sospeso che troveranno una risposta nel corso delle nuove puntate, a partire dalla fuga all’altare di Simone per correre nelle braccia di Lucas.

L’amore è sempre protagonista per Meredith, la quale ha deciso di dare una seconda possibilità a Nick, mentre sembra interrompersi il legame tra Maggie e Winston.

I fan però hanno un dubbio enorme che necessita di una risposta nel corso della nuova stagione: qual è il destino di Teddy?

Teddy muore in Grey’s Anatomy 20? Ecco la risposta

Tra le serie tv ambientate in ospedale, è impossibile non citare Grey’s Anatomy che, dopo 20 stagioni, continua a intrattenere i suoi fan.

Sono proprio loro a chiedere informazioni riguardo un personaggio il cui futuro sembra destinato a cambiare per sempre, come dimostra il finale della precedente stagione.

Nell’ultima puntata di Grey’s Anatomy 19, infatti, Teddy Altman crolla in sala operatoria, dopo aver passato tutta la giornata a lamentare un forte dolore ai denti.

I fan della serie si sono così allarmati, credendo di dover dire addio a uno dei personaggi più longevi all’interno di Grey’s Anatomy. A risolvere ogfni dubbio ci pensa la showrunner Meg Marinis, dando una risposta che renderà felici gli spettatori.

Tra i tanti addii della serie non vi sarebbe quello di Kim Raver, l’attrice interprete di Teddy, la quale sarà presente nella nuova stagione, anche se l’incidente avvenuto è destinato a cambiarle per sempre la vita.

Una conseguenza importante, infatti, è legata al rapporto con Owen e con gli altri colleghi chirurghi, dovendo così affrontare alcune difficoltà dopo l’ostacolo presentatosi al termine della passata stagione.

Per scoprire tutti i dettagli sul futuro di Teddy, non resta che prendere visione di Grey’s Anatomy 20.

Grey’s Anatomy 20, quando esce e dove vederla

I fan americani di Grey’s Anatomy hanno avuto modo di assistere alla visione dei primi episodi della nuova stagione, con la messa in onda avvenuta già il 14 marzo 2024.

Ci è voluto un po’ di più, ma l’attesa è finita anche in Italia con l’approdo di Grey’s Anatomy 20 su Disney+ a partire dal 25 aprile: la prima puntata è già visibile sulla piattaforma, a cui si aggiungono settimanalmente gli altri episodi.

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Voto al congresso americano pro Ucraina. Perché? I tre scenari

Lo dico subito ad inizio video, io non so di preciso cosa sia accaduto, naturalmente attendiamo sull’argomento il competente parere di JP, ma nel frattempo provo ad avanzare tre scenari possibili, naturalmente mi sto riferendo allo sbocco da parte del Congresso degli Stati Uniti dei miliardi a favore dell’Ucraina.

Certo innanzitutto ricordiamo che il pacchetto prevede aiuti non solo all’Ucraina alla quale comunque andrà la maggior parte del malloppo, si parla di più di 60 miliardi di dollari.

Ma andranno ad Israele 26 miliardi ed a Taiwan 8 miliardi, per un totale di 95 miliardi di dollari.

Dove andranno a prenderli tutti questi soldi gli Stati Uniti? Aumenteranno le tasse? Se sì, non certamente per i ricchi che in questo momento sono i maggiori finanziatori della campagna elettorale di Biden, quindi non saranno toccati dall’attuale Amministrazione.

Insomma certamente tutti questi soldi andranno ad ingigantire il già mostruoso debito pubblico americano, tanto nessuno sa a che livello sia arrivato, le stime più accreditate parlano di 35.000 miliardi di dollari, quindi cento miliardi in più o cento miliardi in meno cosa volete che cambi.

Tuttavia non voglio naturalmente parlare dell’importo degli aiuti, né del mostruoso debito pubblico americano, bensì della questione politica che ha portato allo sblocco ed all’erogazione di questi fondi.

Come noto infatti questi fondi, soprattutto all’Ucraina, Biden li voleva erogare già dallo scorso ottobre, ma i repubblicani di fatto li hanno sempre congelati con il loro voto contrario alla Camera dei rappresentanti dove loro hanno la maggioranza.

Ricorderete tutti che i Repubblicani avevano sfiduciato l’allora Speaker of the House, ossia il Presidente della Camera, Kevin McCarthy, considerato troppo morbido nelle varie contrattazioni che il ruolo richiede, ed al suo posto hanno eletto Mike Johnson considerato un intransigente.

Nell’occasione della sua elezione, il sempre moderati media mainstream avevano definito Mike Johnson un cristiano evangelico, e fin qui nulla di male, ma attenzione “con idee radicalmente contrarie ad aborto e diritti delle persone LGBT+” idee che personalmente ritengo siano enormi pregi, ma per il mainstream sono idee semplicemente mostruose, se non criminali.

Ah, ma poi c’è l’accusa ancora più infamante, sempre per quanto riguarda i media mainstream, provate ad indovinare, qualcosa che per il mainstream possa essere ritenuta un’accusa ancora più infamante dell’essere contrari all’aborto ed ai cosiddetti diritti delle persone LGBT+, ma sì dai era semplice, Johnson è stato anche accusato di essere … vicino a Donald Trump.

Comunque, insomma avete capito, da ottobre scorso, un giorno sì e l’altro pure Biden chiedeva di inviare aiuti all’Ucraina per 60 miliardi di dollari, ed un giorno sì e l’altro pure i Repubblicani, con naturalmente Mike Johnson in testa, votavano in maniera contraria bloccando i fondi.

Tutto questi fino a … sabato scorso, quando improvvisamente più della metà dei Repubblicani che siedono al Congresso hanno votato a favore.

Verrebbe da esclamare “clamoroso al Cibali”. Cosa è successo? Perché questo repentino ed inaspettato mutamento, alcuni lo hanno definito … tradimento?

Ripeto, dare una risposta a questa domanda non è per nulla semplice, ma certamente occorre specificare un fatto rilevante, ed è, come ho già detto, che il voltafaccia non è avvenuto per il tradimento di qualche parlamentare, diciamo infedele, in questo caso i numeri sono importanti.

Hanno votato a favore oltre a tutti i democratici, anche più della metà dei parlamentari repubblicani. Risultato 311 sì e 112 no.

Ed allora cerchiamo di capire perché. Personalmente ipotizzo tre scenari diversi.

Partiamo dalla giustificazione più semplice. I Repubblicani in precedenza avevano chiesto che insieme agli aiuti all’Ucraina dovevano essere stanziati fondi per impedire il continuo arrivo di clandestini che hanno riempito le principali città statunitensi molte delle quali sono diventate letteralmente invivibili.

Ma questo non è accaduto, ossia l’invasione dei clandestini continua senza sosta, quindi al di là di qualche sporadica dichiarazione d’intenti, su questo fronte non ci sono stati passi in avanti.

E per questo motivo non ritengo questo uno scenario plausibile.

Per capire cosa è accaduto, ossia perché improvvisamente più della metà dei rappresentanti repubblicani al Congresso abbia votato a favore a mio avviso dobbiamo riferirci alla pacata e composta reazione di Trump.

In altre parole, sempre a mio avviso, lo sottolineo, la decisione se non è stata una iniziativa personale da parte di Trump, è comunque stata una decisione da lui avallata.

Quindi, primo scenario che ipotizzo.

Sapete che al momento non abbiamo ancora la certezza di avere Donald Trump fra i due candidati alle prossime elezioni che si sfideranno per la Casa Bianca. Ovviamente mi riferisco al fatto che la Magistratura può arrivare a tanto.

Lo so che si tratterebbe di un vero e proprio golpe, però negli Stati Uniti ormai le normali regole democratiche non esistono più.

Quindi il primo scenario che avanzo è quello che con questo voto si sia arrivati ad un patto, ossia che la Magistratura non impedirà a Trump di poter essere eletto Presidente.

E passiamo al secondo scenario.

I ventisei miliardi a favore di Israele, non dimentichiamo che 26 miliardi di dollari sono tanti soldi, e nei mesi scorsi si parlava solo dei 60 miliardi all’Ucraina, quindi Trump avrebbe avallato il voto favorevole dei Repubblicani in cambio dei 26 miliardi ad Israele.

Ricordiamo la figlia prediletta Ivanka ed il marito di lei Jared Kushner.

Infine il terzo scenario.

Questi aiuti all’Ucraina certamente servono per procrastinare il conflitto, in questo momento l’Ucraina stava capitolando. Certo non cambieranno l’esito del conflitto, ma ne allungano i tempi per arrivare alle elezioni presidenziali americane di novembre.

Ebbene si potrebbe ipotizzare che Trump, per quanto riguarda il conflitto in Ucraina, abbia più da guadagnare, politicamente, non tanto per quanto riguarda la propria campagna elettorale, ma in quanto, qualora fosse rieletto potrebbe essere lui a farsi garante di una soluzione negoziata del conflitto.

Quindi riuscirebbe ad essere il Presidente che non solo non ha fomentato nuove guerre, ma che avrebbe avuto il merito di trovare una soluzione negoziale riuscendo nell’intento di giungere alla fine del conflitto in Ucraina.

E Trump potrebbe per questo passare alla storia.

Ebbene ora mi fermo ed attendiamo tutti, io per primo, un video da parte di JP, un video che potrebbe magari avallare uno dei tre scenari che ho ipotizzato, oppure, perché no? Ne possa avanzare un quarto scenario.

Non ci resta che attendere.

Ancora guai per Chiara Ferragni, ecco quanti soldi deve dare al manager Fabio Damato

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Le polemiche attorno a Chiara Ferragni non si fermano qui, come rivelano alcune curiosità che vedono l’influencer sempre più lontana da Fabio Damato.

A essere al centro non vi è però solo il legame d’amicizia, ma anche quello lavorativo: ecco quanti soldi deve Chiara Ferragni al manager Damato.

Nuovi guai per Chiara Ferragni: il legame con il manager Damato

Il declino di Chiara Ferragni, rivelato anche da un sondaggio, dimostra come il periodo vissuto dall’influencer non sia dei migliori, data anche la lontananza assunta nei confronti di Fedez.

Il marito non è però l’unica persona assente dai profili della Ferragni: anche il suo manager, Fabio Maria Damato, sembra essersi allontanato dalla cerchia dell’influencer, dimostrando così come il loro legame possa essersi spezzato.

Tra di loro però non vi è solo un rapporto di amicizia, come dimostra la sua presenza nelle vesti di manager dell’influecer: scopriamo tutti i dettagli.

Chiara Ferragni e Damato: quanti soldi deve l’influencer al manager

L’indagine per truffa aggravata non ha coinvolto solo Chiara Ferragni ma anche Fabio Maria Damato, di cui molti si chiedono che fine abbia fatto, data l’assenza sui profili social dell’influencer.

La motivazione sembra essere indubbiamente legata all’accusa ricevuta, a cui si aggiunge anche quella di Fedez durante la sua intervista a Belve, in cui ha rivelato la sua mancata simpatia nei confronti del braccio destro della moglie.

Le voci di una possibile separazione tra i due si fanno sempre più numerose, rivelando anche la cifra richiesta dal manager dopo le accuse ricevute.

La cifra da urlo che Chiara Ferragni deve versare a Damato

L’assenza sui social di Fabio Mario Damato dopo le polemiche scatenate a causa del pandoro griffato, non fa altro che confermare la separazione lavorativa tra il manager e l’influencer.

La separazione, però, non sembra filare liscio, come dimostra la cifra richiesta da Damato a seguito delle sue dimissioni: si parla infatti di un assegno a 6 cifre, dati i 4 milioni con cui i manager vorrebbe allontanarsi dai contratti firmati con Chiara Ferragni.

Non ci sono però delle dichiarazioni provenienti dai diretti interessati, preferendo mantenere una riservatezza anche sul lato social, certo però che la loro separazione lavorativa possa ammontare a una cifra da urlo.

Leggi anche: Chiara Ferragni, buco finanziario da 4 milioni: alla ricerca di nuovi soci e liquidità

Facebook raddoppia gli utili e crolla in borsa (-15%)

Per chi segue i mercati borsistici da decenni può non essere una sorpresa in assoluto, tuttavia a Wall Street, anzi per la verità a Time Square è accaduto qualcosa che perlomeno merita una riflessione.

Avete presente Meta Platforms, la galassia Zuckerberg, la società alla quale fanno capo Facebook, Whatsapp ed Instagram, ebbene ieri ha diramato la trimestrale, ossia i conti dei primi tre mesi dell’anno.

Prima di arrivare ai conti ricordiamo però come si è comportato il titolo in Borsa negli ultimi due anni.

Dopo un problematico 2022, anzi direi un pessimo 2022, anno comunque orribile per le Borse in generale, il titolo Meta ha messo a segno una splendida performance nel 2023 risultando uno dei migliori titoli fra quelli a maggior capitalizzazione.

Nel 2023 infatti il titolo è aumentato, pensate, del 163%, una performance stellare.

Ed anche il 2024 era iniziato nel migliore dei modi, dall’inizio dell’anno in corso, infatti, il titolo aveva guadagnato un ulteriore 45% arrivando a toccare il proprio massimo storico a 485 dollari per azione, una quotazione siderale.

E quindi il mercato attendeva con un certo interesse la prima trimestrale dell’anno.

Vediamo come è andata.

Ricavi a 36,46 miliardi di dollari in aumento del 27% rispetto allo scorso anno.

Utile netto a 12,37 miliardi di dollari addirittura +117% rispetto allo scorso anno.

Mamma mia! Chissà quanto avrà guadagnato il titolo dopo questo annuncio.

Ah no! Certo avete ragione, il titolo guadagna o perde non tanto in relazione ai miglioramenti del bilancio rispetto all’anno precedente, ma in relazione alle attese del mercato.

In altre parole non basta aver più che raddoppiato gli utili, se il mercato ad esempio si aspettava che gli utili triplicassero, il fatto di averli solo raddoppiati non è una buona notizia.

Ed allora non ci resta che andare a confrontare i dati di bilancio in relazione alle previsioni degli analisti.

Dunque gli analisti si aspettavano un fatturato a 36,16 miliardi di dollari, come vi ho detto è risultato di 36,46 miliardi quindi sono state battute le attese.

E meglio ancora per quanto riguarda gli utili che hanno raggiunto la straordinaria cifra di 12,37 miliardi mentre le attese erano per 11,34 miliardi.

Ed allora dati stratosferici, battute tutte le previsioni, chissà a che livello sarà balzato il titolo, avrà certamente superato i 500 dollari per azione, ed invece …

Incredibile ma vero, il titolo, oggi, crolla perdendo … state a sentire il 15%.

Una persona normale dovrebbe rispondere “non può esser vero” si saranno sbagliati, non si può giustificare una simile reazione del mercato.

Eppure è proprio così.

Allora c’è qualcuno che per cercare di giustificare questa reazione del mercato cita la guidance, ossia le attese della società per quanto riguarda il prossimo trimestre.

La società si attende ricavi medi per 37,75 miliardi di dollari mentre gli analisti prevedevano mediamente ricavi per 38,3 miliardi di dollari. Sì, è un po’ di più, ma insomma … più o meno … ci siamo.

Non è che la guidance annunciata da Meta sia decisamente inferiore alle attese.

Insomma giustificare un -15% per un fatto del genere mi sembra davvero pretestuoso, ossia non si sa a cosa imputare un simile crollo e si va a vedere un dato che tutto sommato poi è in linea con le attese.

Ebbene non voglio dire che io possa spiegare un simile comportamento del mercato, tuttavia provo a fare delle considerazioni.

La performance stellare del titolo, con una crescita continua delle azioni in Borsa, crescita ininterrotta cominciata alla fine del 2022 è stata dovuta principalmente al fatto che Zuckerberg aveva annunciato che avrebbe tagliato i business non profittevoli.

Ed in effetti, ha tagliato diciamo alcuni progetti non profittevoli, ma solo in parte, ha invece tagliato drasticamente soprattutto i posti di lavoro.

Nel primo semestre del 2023 infatti sono stati licenziati 21.000 lavoratori.

Ma questo non è stato ritenuto sufficiente dall’impresa che nel primo trimestre di quest’anno ha ridotto la forza lavoro di un ulteriore 10%, si tratta di altri 7.000 dipendenti lasciati a casa.

Ma non basta, Facebook ha anche ridotto drasticamente la monetizzazione delle inserzioni e questo potrebbe portare ad una riduzione delle visualizzazioni e degli utenti, un aspetto che gli investitori temono molto.

Infine non si può non evidenziare come il Metaverso al momento continui a pesare negativamente.

La controllata Reality Labs, magari, come dice sulla propria home page  “riunisce le menti più brillanti specializzate in diverse discipline per sviluppare strumenti che aiutino le persone a sentirsi connesse” tuttavia, al momento, continua a fare perdite considerevoli, nel trimestre il rosso è stato di 3,85 miliardi di dollari e dall’inizio le perdite sono arrivate alla considerevole cifra di 45 miliardi di dollari.

Non ci si poteva attendere utili in tempi brevi, ma neppure perdite così consistenti.

Insomma il mercato ha reagito così, dopo la trimestrale il titolo doveva sfondare i 500 dollari ed invece è tornato sotto i 400 dollari, vediamo come reagirà nei prossimi giorni.

Intesa Sanpaolo debole dopo accordo con Coima

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Tra le blue chip che non riescono a seguire lo spunto timidamente positivo offerto dal Ftse Mib troviamo anche Intesa Sanpaolo.

Intesa Sanpaolo debole

Il titolo, dopo aver chiuso la sessione di venerdì scorso con un progresso di quasi un punto e mezzo percentuale, oggi ha tentato timidamente di spingersi in avanti per poi tornare indietro.

Negli ultimi minuti Intesa Sanpaolo passa di mano a 3,539 euro, con un calo dello 0,31% e oltre 64 milioni di azioni scambiate fino a ora, contro la media degli ultimi 30 giorni pari a circa 96 milioni.

Intesa Sanpaolo: accordo con Coima. Su cosa?

Il titolo si mostra debole senza beneficiare delle ultime novità dal fronte societario. Intesa Sanpaolo ha stipulato un accordo con Coima finalizzato alla valorizzazione del patrimonio immobiliare del gruppo.

In particolare l’accordo prevede il conferimento da parte di Intesa Sanpaolo di un portafoglio immobiliare pari a oltre 500 milioni di euro a veicoli di investimento gestiti da Coima SGR.

Previsto che Intesa Sanpaolo riceverà, in cambio del conferimento degli immobili, quote dei veicoli di investimento COIMA e l’accordo contempla anche l’analisi di potenziali future collaborazioni in ambito Real Estate.

Al 2023 Intesa Sanpaolo deteneva attività di proprietà ad uso funzionale per 6,3 miliardi di euro e a scopo di investimento per 887 milioni di euro. L’accordo va quindi a coinvolgere circa il 7% delle attività di proprietà del gruppo.

Intesa Sanpaolo: il commento e la strategia di Equita SIM

L’operazione rientra nell’ambito della strategia di Intesa Sanpaolo volta alla modernizzazione degli immobili strumentali e a una piena valorizzazione (in via diretta attraverso cessioni o indiretta attraverso gestioni attive) degli asset non strumentali.

Non cambia la view positiva di Intesa Sanpaolo che conferma la sua strategia bullish, con una raccomandazione “buy” e un prezzo obiettivo a 3,8 euro.